CIAO MAGAZINE

View Original

SILVANA GRASSO - La figlia dell'Etna

Una delle voci più originali delle letteratura contemporanea, Silvana Grasso, torna ai suoi lettori con la storia di una Sicilia anni ’50 che brucia al chiaro di Luna. La figlia dell’Etna, come ama definirsi, ha consegnato il 20 gennaio scorso al panorama editoriale italiano il suo nuovo romanzo Solo se c’è la Luna, edito dalla Marsilio, a tutt’oggi giunto alla terza ristampa e ufficialmente in corsa per il premio Campiello e il premio Viareggio 2017.

Un successo di pubblico immediato, che ha esaurito le prime stampe nel giro di due settimane e ha fatto divampare il fuoco notturno delle sue parole in tutto lo stivale e oltre: già in programma, infatti, le traduzioni per l’uscita in dieci paesi stranieri e – si vocifera sottobanco – avanzata anche una proposta di lavorazione per una trasposizione cinematografica.

La storia di due donne “quasi sorelle”, Luna e Gioiella, unite dalla rarissima patologia alla pelle della prima, che non può vivere alla luce del sole ma «solo se c’è la luna», e dal destino della seconda, abbandonata da una madre che la concede al ricco padre di lei in cambio di un biglietto per l’America, ha incantato i lettori italiani come una di quelle antiche malie greche che proprio sotto la luna stregavano vite, amori e dolori.

Solo se c'è la Luna: immagine di copertina

È sotto lo sguardo di questa Madonna silenziosa che Luna verrà alla luce, figlia di un arricchito bracciante che ha fatto fortuna di ritorno dall’America e di una mamma-bambina ossessionata dalla sua passione per l’intaglio; ed è sempre sotto la debolezza dei suoi raggi che la fabula notturna ci restituirà la verità che le apparenze del giorno nascondono e attutiscono sotto bagliori accecanti: le debolezze dei personaggi, il loro essere approssimativo, le soffocate passioni inconfessabili, le solitudini interiori, la ricerca spasmodica di un senso delle cose attraverso la brama e il possesso, la lotta tra l’essere e il voler essere.

Grazie a un linguaggio materico e a una prosa fluida e cangiante la storia scorre da subito dentro il lettore, scava, irrora l’animo, lo permea, e alla fine se ne impossessa divampando con la forza dell’acqua di fonte. La stessa in cui si specchia Luna, nella scena più erotica del romanzo, prima che la sua carne nuda vi trovi refrigerio sotto gli occhi eccitati di Gioiella.

In ogni pagina c’è lei, Silvana, il suo sentire, la sua scrittura, il suo stile autoptico che va oltre il racconto, oltre la storia che concede a chi la divora nella speranza di trovare le tracce del suo io disseminate e nascoste nelle vite della carta.

Siamo riusciti ad incontrare la scrittrice in un momento di pausa dal frenetico tour promozionale, che conta già più di centocinquanta incontri ed eventi culturali su tutto il territorio nazionale ed europeo.

È stata letterariamente assente da circa sei anni, ma il suo nuovo lavoro è ormai alla ennesima ristampa, con un successo di pubblico che lei dichiara inatteso e un’adesione agli eventi organizzati sentita e partecipata. Cosa pensa abbia scatenato l’interesse per questo romanzo?

I lettori sono stufi di leggere stupidaggini comprate e spacciate per capolavori di Letteratura. Leggere è impegnativo, faticoso, deve valerne la pena. I miei precedenti romanzi sono stati evidentemente semi buoni se, lentamente ma incessantemente, hanno dato frutti di consenso, entusiasmo, passione. Oggi raccolgo il seminato di una vita ed è magnifico verificare che nulla sfugge a lettori seri. La mia assenza, che non è stata una strategia ma una magnifica avventura nel Teatro italiano ed europeo, con ottimi risultati, si è rivelata fondamentale, forse. I lettori hanno avuto tempo e modo di sentirsi “orfani” della mia scrittura. Poi, la storia che racconto in Solo se c’è la Luna è davvero bellissima, unica, poetica, arcaica, e questa è la ragione certa del suo successo. I lettori hanno fame di Bellezza, nella storia e nella scrittura.

Cosa lega Silvana Grasso ai suoi nuovi e vecchi lettori? Un colpo di fulmine della carne, come per Luna verso uno dei personaggi minori della storia, o un lento innamoramento dell’animo, come quello di Gioiella per la sua ‘quasi sorella’, qui esploso in un’accorata dichiarazione?

Ci lega l’amore per il Bello, per il Bello vero non la contraffazione, non il surrogato spacciato per materia prima. I miei lettori sanno che il mio territorio emotivo è in fermento perenne, sanno che leggermi è correre un’avventura fatale, anche molesta. Ma la vita è molesta, l’arte non può essere torpida, frigida, insensibile. L’Arte è dentro la Vita, non fuori. Un romanzo non è per la vetrina di un Museo o lo scaffale di una libreria. Un romanzo è sangue, viscere, desiderio, rabbia, insolenza, perdono. Questo è terreno comune di tutti gli esseri umani, vivano a Praga, in Sicilia, in Cina o in Africa. L’emozione non ha confine religioso né politico né di razza. È di tutti. Nel mio romanzo si vivono 224 pagine di emozioni intensissime: questo non è sfuggito a chi, lettore esigente e intelligente, ha anima e cuore. I lettori si ritrovano nelle sofferenze di Luna, Gioiella e degli altri, tanti, personaggi del romanzo. Ormai, negli incontri di presentazioni, li chiamano addirittura per nome, come parenti stretti cui si vuole bene e della cui assenza si soffre. Resto sconvolta, turbata, commossa. La “nudità” emotiva di questi personaggi è assolutamente poetica e vincente.

La notte è una dimensione non proprio sconosciuta per lei, dichiarata scrittrice insonne. Cosa rappresenta nella sua vita il notturno e, per traslato, nella scrittura di Solo se c’è la Luna?

Il Sole e la Luna sono una metafora dell’essere umano, della sua personalità che spesso, al “sole”, subisce mascheramenti dettati dal comune senso del pudore o dell’ipocrisia. Mentre c’è una sua intima e vera personalità che vive “in ombra”, quasi alla luce lunare. È il suo spazio segreto di sogno, grido, ribellione, suggestione, poesia, fantasticheria. Nessuno sfugge alle ferree leggi “del giorno, del Sole” che ci impongono controllo, maschere, dittature sociali, ma la “Luna” dentro ogni essere umano è il suo spazio di verità e resurrezione.

Oltre alle protagoniste, Luna e Gioiella, nella narrazione compare un universo antropologico–sociale, specchio di una Sicilia che lei descrive con toni tra il grottesco e il satirico. Quanto attinge dal vero per ricostruire questo sottobosco umano, radice forte e imprescindibile di molte delle sue storie?

Reale e surreale si mescolano, convivono, si azzannano, dialogano. Un romanzo non è una fotografia né un diario e non va spiegato, non tutto può spiegarsi. Il lettore nell’avventura della lettura lo riscrive come vuole, secondo la sua personalità, sensibilità, emotività, passionalità. L’incontro di vita con creature che, poi, ritrovo nella mia pagina non significa quasi nulla. La pagina trasforma, ricrea, risana, dà temperamento a quello che nella vita è spesso sciatto, incolore, insapore.

In un’intervista alla Repubblica del maggio 2009 ha dichiarato “io considero casa madre solo e sempre, ovunque con chiunque, la Sicilia. Con la Sicilia sono stata fedelissima sempre, oltre ogni ‘adescamento’ di carriera”. La sua isola è quindi, per lei, l’unico amore a cui è ancora rimasta fedele. Ma qual è la Sicilia di Silvana Grasso? Quella che l’ha generata e cresciuta, quella di cui si è innamorata o quella che, oggi, la ricambia con trasporto?

La Sicilia è la mia tossina, il mio Canto, il mio inferno, il mio furor, la mia dannazione, la mia placenta, il mio boia. Potrei all’infinito dire cos’è la Sicilia per me... ma rinuncio a emozioni che possono essere scambiate per retorica. Il ‘Vulcano Etna padre’ detta le sue leggi di fuoco, fiamma, distruzione, benedizione, redenzione. E tutti ci sottomettiamo al ‘Grande Padre’ che, coi suoi pennacchi di fuoco, risveglia appanna infiamma l’azzurrità del Cielo da millenni. La Sicilia del turista è cosa ben diversa che la Sicilia di chi ha la ventura o la sventura di nascerci.

Io ci sono nata nella terra del gigante Polifemo, della ninfa Galatea che non volle amarlo, nell’isola d’Archimede e Colapesce, tra Scienza e Mito, tra fichi d'india e ulivi, tra il vento frastornante della tramontana e il vento amante dello scirocco. Non è difficile nascere in Sicilia, mentre difficilissimo è restare siciliano. Io sono rimasta siciliana, mentre più semplice, più di moda sarebbe stato rinunciarvi, abdicare all’isola, i suoi enigmi, le sue contraddizioni, i suoi umori, i suoi killer. Convivo, combatto, duello ogni giorno con la mia sicilianità, estrema Bellezza che si scontra con estrema Bruttezza.

Il legame èros – thanatos, il disìo inappagato e il profondo richiamo del nòstos sono temi onnipresenti nella sua scrittura. Perché?

Sono fratelli siamesi. Il disìo, il desiderio, è l’attesa poetica che tale in eterno deve restare, perché non imputridisca nel raggiungimento dell’aspirazione. Infatti il passaggio dal desiderio alla sua realizzazione è morte, thanatos, è lebbra che consuma, uccide, infetta. L’èros deve sempre restare desiderio, suggestivamente vissuto, mai consumato, mai esplorato se non nell’avventura della mente.

Lei afferma – parafrasando una sua recente intervista – che il suo scrivere sia ruvido, dia sfogo alla sua parresia e che, di converso, la sua lettura “molesti” l’animo e lo scuota perché quella vera non potrebbe fare altrimenti. Crede sia questa la chiave che l’accomuna e la fa apprezzare da lingue e culture diverse nel mondo, e che rende le sue storie universali, senza frontiere?

Senza dubbio. Il lettore che restasse indifferente, non turbato, non molestato, sta perdendo tempo in quella lettura. Può metterla via, non gli serve. È un’avventura emotiva intensissima la lettura di un romanzo, la vita dei personaggi che non possono e non devono lasciare indifferenti, come non può lasciare indifferente in Natura uno tsunami, un terremoto, un tramonto di fuoco. Questo intendo quando parlo di «molestia». Lasciarsi «molestare» è rinascita, progetto, abbandono della letargia emotiva che uccide da vivi.

La sua prosa è un unicum linguistico - narrativo, in cui molti hanno ritrovato le sfaccettature della migliore tradizione letteraria isolana, classica e contemporanea (da Verga a Pirandello, passando per Bufalino e Camilleri). Dal canto suo, lei ha dichiarato: “Scrivere è la mia tossina, è il bisturi con cui incido carne e cuore senza anestesia, fino all’ultima goccia che segna la parola fine. È il sangue, il mio inchiostro”. Cosa le rende necessaria questa catarsi?

La lingua è il comunicatore per eccellenza. La lingua è la mia emozione che contagia, si espande, contamina. La lingua è suono, è sinfonia, è sussurro, è grido. La lingua dà corpo e senso alla storia. Posso dire che il vero romanzo dovrebbe sempre essere la Lingua, la potenza emozionalmente espressiva della Lingua, considerata invece da scribacchini – che si dichiarano scrittori! – solo un accidente trascurabile, se non un parassita!

Quante Silvane esistono nella sua vita e nella sua scrittura, e quale di esse è la più vera?Contengo tante Silvane quante sono le storie che scrivo: in ognuna semino una Silvana – inconsciamente, non premeditatamente – poi sono i miei lettori a scovarle ... tento invano di essere lieve coi miei personaggi ma fallisco. Inevitabilmente sono onnipresente, invadente, invasiva. Sono siamese a tutti loro, poi però si liberano di me, crescono, si emancipano, diventano forti assoluti dittatori, e tagliano il «cordone» con la parassita Silvana Grasso.

Concludiamo con un quesito sul futuro: quale altro progetto letterario che non ha ancora realizzato vorrebbe vedesse la luce dalle sue mani?

Non rispondo a quest’ultima domanda ... A ben vedere, mi pare inutile.

(Intervista pubblicata sul Volume 5 di CIAOPRAGA)