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CHUNGKING MANSION - Quella parte di Hong Kong al centro del mondo

Chungking Mansion è stato il mio primo buen refugio di Hong Kong, quando ci arrivai molti anni fa direttamente dal vecchio Kai Tak Airport, ben noto per gli atterraggi da brivido che facevano presagire ai passeggeri che l’aereo si sarebbe posato sui tetti delle case, se non schiantato al suolo.

In realtà, capitai per caso a Chungking Mansion, senza essere a conoscenza del mistero che avvolgeva questo edificio e con l’unico desiderio di trovare un alberghetto economico, prima di potermi permettere di vivere in un piccolo appartamento o perlomeno in una stanza di un appartamento da condividere.

A chi non ha mai messo piede in questo stabile, dall’esterno Chungking Mansion sembra un normale palazzone grigio. Invece è un mondo a parte e unico nel suo genere. Ospita 4000 residenti provenienti da 129 paesi, centinaia di negozietti che vendono tutte le specialità del sud-est asiatico, del Medioriente e dell’Africa e più di 500 ‘guesthouse’, ovvero pensioni, distribuite su 17 piani e tre blocchi e dai nomi che richiamano gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, frequentate da turisti con budget limitati e saccopelisti in cerca dell’alloggio più economico che Hong Kong possa offrire. 

Del periodo in cui ho vissuto qui, ho il ricordo della mia pensioncina dalla stanza piccola ma decorosa, degli ascensori costantemente strapieni e spesso fuori uso e di un piccolo incendio causato da una rete elettrica sovraccarica, non concepita al nascere dell’edificio negli anni ’50, per gestire l'aria condizionata o i televisori, per non parlare delle cucine commerciali. Ritrovo ora quei nostalgici pensieri quando visito il ristorante indiano al quale ero così affezionata, e che fortunatamente è tuttora operativo: fatto molto raro a Hong Kong, dove molti piccoli business nel settore della ristorazione hanno normalmente vita piuttosto breve.  

Mi è sempre dispiaciuto non essere riuscita ad approfondire la mia conoscenza del posto, se non attraverso letture, come quella di Ghetto at the Center of the World, dell’antropologo Gordon Mathews, che descrive l'edificio come nodo di una sorta di globalizzazione alternativa, dove il commercio avviene attraverso continenti senza tener presente la legalità e i diritti di autore, poiché tutto è gestito tramite ‘cash’, contanti. Secondo Mathews, Chungking Mansion è un attivo centro collegato tanto ai mercati di Lagos e Karachi quanto a Nathan Road, la via dalla quale si accede all’ingresso facendosi largo tra cambiavalute, sarti, negozi di elettronica, bancarelle che vendono triangoli di samosa e dolci stucchevoli dai colori improbabili, venditori di copy-watch e di servizi di altro tipo, il tutto in un ambiente dove legale e illegale convivono.

Qui la gente va e viene e cerca fortuna o impieghi temporanei nei numerosissimi ristoranti o nelle pensioni. C’è poi chi s’improvvisa, chi richiede asilo politico (Christian Action Refugees, la più grande e attiva NGO che si cura dei diritti e dell’assistenza ai rifugiati, ha qui il suo ufficio) e le lavoratrici del sesso, che già in passato accoglievano gli americani in transito a Hong Kong durante la guerra del Vietnam.  

Quindi, quando recentemente ho letto che il fondatore del gruppo Africa Centre, Innocent Mutanga, proponeva un tour di Chungking Mansion e un tipico pranzo africano, ho subito aderito alla proposta. Innocent, studente di antropologia presso la Chinese University di Hong Kong, coadiuvato dall’amico somalo Abdi – impiegato in una trading company – ci ha spiegato la storia di Chungking Mansion e poi mandati alla scoperta di cibi, prodotti, frasi in lingue a noi ignote.

Durante questo giro mi sono mossa in modo cauto, più che altro per non perdermi nel labirinto di corridoi, neon, spezie, henné e negozi di ogni tipo, ma che a prima vista sembrano tutti uguali. Sono perfino incappata in uno spazio che ospitava una curiosa installazione d’arte, realizzata con coloratissima plastica riciclata. Con Abdi e Peter, originario della Nigeria, siamo anche saliti sul tetto dell’edificio dal diciassettesimo piano, godendoci ritagli della baia di Hong Kong tra un grattacielo e l’altro. Abbiamo poi esplorato il mondo delle pensioni, visitando un paio di questi spazi angusti ma molto puliti, dove un letto in una minuscola stanza senza finestra può costare oltre 150 Euro durante il periodo del capodanno cinese, o quando in città si tiene qualche importante fiera.

Il pranzo servitoci da Tess, una bella e simpatica signora del Ghana, ha rivelato le rivalità culinarie tra Ghana e Nigeria. Ho gustato piatti che non avevo mai provato prima (Jollof Rice, Waakie, FuFu, ecc.), a base di pollo, pesce, fagioli, riso, semolino e cassava. Il tutto, condito dai racconti dei nuovi simpatici amici che avrò sicuramente modo di rivedere, dato che hanno da poco lanciato l’iniziativa di un book club mensile dedicato ad autori africani.

Dopo pranzo, prima di ritrovarmi in Nathan Road, sono passata tra le lunghe code di turisti in attesa degli ascensori, l’odore di curry, i turbanti dei sikh e la scia di profumo di un elegantissimo anziano signore cinese vestito tutto di bianco, con barba e lunghi capelli dello stesso candido colore e che sembrava essere appena uscito dal set di un film. In quei pochi minuti ho colto l’essenza di Chungking Mansion. E non mi ha stupito sapere che le nuove generazioni di hongkonghesi trovino qui qualcosa che non appartiene o non è dedicato solo ai cinesi o agli stranieri dalla pelle bianca ma un luogo, dove esplorare e familiarizzare con prodotti, cibi, usi e costumi, sentendosi immersi nella cultura sud-asiatica, mediorientale e africana. Chungking Mansion diventa così quella parte di Hong Kong al centro del mondo, introvabile in nessun altro luogo della città.

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Immagini per gentile concessione di Danilo De Rossi