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MARCO LOMBARDI – Dalla Cinegustologia a “Come ti cucino un film”

Viviamo circondati da codici linguistici, gli stessi che per la Semiotica strutturale indicano il buon esito degli scambi comunicativi. Tuttavia, il mondo dell’audiovisivo, nonché l’incessante prolificazione delle nuove piattaforme, vede ormai una paradossale omologazione dei linguaggi alla quale si è sempre più adeguata anche la critica.

È proprio questo che allontana i lettori o il pubblico dalla profondità del sentire e, spesso, manca un’indagine profonda che sveli le emozioni reali, celate dietro un prodotto artistico. Porre l’accento sulle emozioni è esattamente ciò che propone di fare la Cinegustologia, una parola che sa di cinema e di tavola, perché anch’essi sono intrisi di arte e di emotività.

La Cinegustologia nasce dalla voglia di svincolarsi dalla presunta oggettività della critica, è “un libero metodo associativo dichiaratamente soggettivo”, che non costituisce dei nuovi codici ma il vero sentire degli autori.

Il suo ideatore è Marco Lombardi, critico enogastronomico e cinematografico, nonché autore del libro La Cinegustologia e il media entertainment, nel quale argomenta che “con essa possono essere raccontati generi cinematografici come fossero vitigni, movimenti artistici come fossero piatti stellati e la filmografia dei registi come fossero sapori, consistenze e odori”.

Pensiamo ad esempio (uno tra la miriade possibile) ai capolavori cinematografici di Stanley Kubrick: “ciascuno di essi affronta un genere preciso, scardinandolo e poi ribaltandolo fino a trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. (…) I mille ingredienti finiscono per organizzarsi in un’orchestra di armonia espressiva. La sua filmografia è pura cucina molecolare che, grazie a un utilizzo mirabile della fisica e della chimica, tende a estrarre il meglio delle molecole. (…) Si parte da un naso fragrante e pungente che anticipa un mix perfetto di sapidità, sapori muffati e piccantezze”.

Giornalista, scrittore, docente, autore e conduttore sia televisivo che radiofonico, lo troviamo ogni lunedì sera su Gambero Rosso Channel con il programma da lui ideato e condotto Come ti cucino un film. Qui, lo spunto cinegustologico mette Chef e pellicole a confronto estrapolando, ad ogni puntata, tre temi, personaggi o anime di una pellicola che vengono “cucinati” dallo chef scelto ad hoc per ogni puntata. In altre parole, una pellicola viene immaginata come un piatto e, di conseguenza, può essere dolce o amara, cruda o piccante, e così via.

È lo stesso Lombardi a parlarci del suo programma e dei numerosi progetti che hanno contraddistinto la sua carriera.

Prof. Lombardi, ha iniziato il suo percorso professionale in un contesto completamente diverso da quello attuale. Qual è stato il momento in cui ha capito che voleva dedicarsi a qualcosa di nuovo?

È vero, in un’altra vita lavoravo in azienda ed ero direttore del personale. Allora la scrittura e il cinema erano solo una passione, mentre quella per la cucina è arrivata dopo. Un’ora X non c’è: è stato un processo abbastanza lungo. La fase di vita in cui l’anima della cucina e del cinema hanno cominciato a coincidere è stata durante il periodo in cui ho lavorato per Rai Futura, un canale estremamente sano e che aveva l’obiettivo di lasciare libertà totale, in cui venivano sperimentati i format più interessanti. In questo contesto, cominciai ad incastrare i pezzi del cinema e del cibo. Non era assolutamente quello che poi è diventata la Cinegustologia, però è lì che è cominciato tutto. È in quel momento che ho sentito la necessità di leggerezza, sia scrivendo di cinema che di tavola. Siamo circondati da troppa pseudo-seriosità e pseudo-coscienza, che poi è il modo contrario per non affrontare seriamente le cose, come se si volessero a tutti i costi modificare i destini dell’umanità. Parliamo di due espressioni artistiche (il cibo e la tavola) che hanno bisogno di uscire dalla presunzione dell’oggettività, dall’avere necessariamente la risposta esatta da parte della critica. Ho cercato una forma più leggera per dare libera cittadinanza a ciascuno di noi, anche se questo non intende essere un esercizio di anarchia, perché altrimenti finiremmo nell’ambito delle recensioni stile TripAdvisor. È importante trovare il giusto equilibrio.

Nel suo ultimo programma Come ti cucino un film ci sono chef chiamati a realizzare dei piatti, associandoli a un film specifico. Secondo quali criteri vengono scelte le pellicole?

Nel programma vengono mandate in onda delle clip dei film selezionati. Ho iniziato prendendo accordi con case di distribuzione come Lucky Red, 01 Distribution di Rai Cinema e Notorius, le quali si sono mostrate subito interessate a fornirmi le autorizzazioni per le clip da inserire. È venuto a crearsi un bacino di possibilità, visto che i loro respiri sono abbastanza ampi e, soprattutto, i film realizzati sono tutti dei bei prodotti. È un discorso conveniente per i distributori, che in tal modo hanno un elemento in più per la campagna promozionale del film. Per quanto riguarda la scelta dello chef, invece, cerco sempre una forte correlazione tra il loro approccio creativo e il film. Le scelte seguono il mio punto di vista e, in questo modo, viene riproposta l’importanza della soggettività di cui parlavo in precedenza.

Negli ultimi anni la cucina è stata molto spettacolarizzata. Ci sono tantissimi programmi dove è praticamente divenuta un reality show. Qual è il suo pensiero in merito?

Da spettatore mi annoio. Mi annoia l’utilizzo strumentale, il classico giochino della rivalità con il concorrente e il tradimento su cui marciano questi format. Ho realizzato anche un cortometraggio dal titolo Fritti dalle stelle, un documentario satirico che tratta proprio di spettacolarizzazione della cucina. In tre festival enogastronomici: Taste a Roma, Identità golose a Milano e Le strade della mozzarella a Paestum, ho chiesto a diversi chef – tra le varie domande – cosa pensassero di questo fenomeno. Ciò che è emerso è un pensiero molto affine al mio. Questi chef, tra l’altro in prima linea a livello televisivo, da una parte riconoscono l’utilità della televisione nell’alzare l’attenzione sulla cucina e sull’alta gastronomia, mentre dall’altra ammettono che c’è un’esagerazione in atto e che ci vorrebbe un po' più di leggerezza. Spettacolarizzare la cucina non vuol dire parlare di cucina, perché vengono aggiunte sovrastrutture che coprono il contenuto vero: se stai cucinando un piatto e gli dai una sventagliata di peperoncino, non senti più nulla. Ecco, la spettacolarizzazione è proprio questa sventagliata di peperoncino: appesantisce tutto e finisce per creare un minestrone nel quale non si riesce più a distinguere l’arte dalla creatività e la creatività dall’operosità. Ad esempio, molti dei miei ospiti sono chef “stellati” e alcuni fanno parte del mondo della televisione ormai da tempo ma, quando partecipano al mio programma, ho l’impressione che riescano anche a divertirsi a e vivere in maniera più leggera il loro lavoro.

Oltre la TV e la professione giornalistica, insegna Cinema ed Enogastronomia presso l’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli e nei Master di Comunicazione Enogastronomica di Gambero Rosso. Tiene, poi, insieme al professor Christian Ruggiero, il corso di Giornalismo Radiotelevisivo presso l’Università La Sapienza di Roma. Di tutti i suoi progetti, qual è quello che le regala più soddisfazioni?

Al di là della spettacolarizzazione, sono felice di lavorare in televisione perché è un mezzo che permette di far conoscere il proprio pensiero a più persone. Ciò che mi gratifica di più, però, è l’aula universitaria. Con gli studenti c’è la possibilità di giocare poiché hanno un’apertura mentale libera da pregiudizi. In tutti questi anni ho usato l’università come ciò che dovrebbe sempre essere: un laboratorio di sperimentazione. Anche se gli studenti hanno bisogno di alcuni punti fermi per orientarsi dopo la carriera accademica, è necessario creare dei percorsi che siano in grado di formare un pensiero critico. Ad esempio il mio primo libro, Gustose visioni, è stato scritto grazie a un laboratorio da me realizzato all’Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, ormai undici anni fa. Proprio lì ho capito che, attraverso l’interazione con i ragazzi, c’erano tanti spunti da cui partire per consolidare nuove idee. Non penso che lascerò mai l’università perché mi piace tantissimo: dietro ci sono un lavoro e una fatica che non sento minimamente. È stata, poi, il terreno fertile che ha permesso alla Cinegustologia di svilupparsi e crescere.

Progetti che bollono in pentola?

Spero, anzitutto, che si consolidi il programma Come ti cucino un film e che vi partecipino chef sempre più affermati. Un altro progetto da me avviato qualche anno fa è il Festival della Cinegustologia e vorrei ricrearlo in un evento di tre o quattro giorni: anche se i festival sono una cosa un po' complicata da organizzare, e richiedono grande energia, questa è una manifestazione che mi piacerebbe molto riproporre. Vorrei inserirvi dei talk tra un regista cinematografico e uno chef: uno scambio libero e sereno di opinioni che non cada nella spettacolarizzazione. Mi piacerebbe, inoltre, apportare anche altre novità, come ad esempio la prima di qualche film. Nel frattempo, sto anche lavorando a un nuovo romanzo, che spero di riuscire a pubblicare prossimamente. Fortunatamente i progetti da realizzare non mancano mai!

In copertina:
La Cinegustologia e il media entertainment
(dettaglio)