CIAO MAGAZINE

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DANTE MAFFIA - "La poesia è un fiore d'acciaio con il cuore di miele"

La Calabria che lo scirocco sferza
non so se venendo o andando verso il mare.
La campagna ora arsa ora verde
con pompamagna di vigneti e ulivi
è sempre qui, ingombra la mia anima,
la tesse e la distesse nei giulivi

pomeriggi d’estate, negli inverni amari
e tristi d’ore interminabili.
La Calabria che pretende amore
-e non sa bene se sia donna o falco-
io la sradico, la esalto, la sotterro,
la benedico e maledico e poi
la invoco: madre, tomba, cielo,
condanna, luce che non tramonta mai,
casa aperta sul mare,
mio rifugio eterno. 
(Dante Maffia)

Dante Maffia fu definito da Aldo Palazzeschi e Leonardo Sciascia come “uno dei più felici poeti dell’Italia moderna”. Giudizio condiviso, oltre che da Dario Bellezza, anche da esponenti della letteratura contemporanea italiana e mondiale quali Magris, Brodskji, Vargas Llosa, Dario Fo e molti altri.  Le sue opere sono state tradotte in 18 lingue e ha vinto alcuni tra i premi di poesia più prestigiosi al mondo. Il Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi lo ha insignito, nel 2004, di medaglia d’oro per meriti culturali. Il Consiglio Regionale della Calabria, le Fondazioni Spinelli, Guarasci, Farina, Di Liegro e Crocetta e l’Università di Craiova, lo hanno candidato al Premio Nobel.  Recente il volume degli Atti del Convegno tenutosi sulla sua opera, dal titolo Ti presento Maffia, a cura di Rocco Paternostro e edito da Aracne di Roma. Ha, inoltre, ricevuto la Laurea Honoris Causa dalla Pontificia Università.

Condivido con Dante la collaborazione nella giuria del Premio Tulliola, ideato e fondato dalla poetessa Carmen Moscariello, e ho avuto modo di apprezzarlo per la sua onestà intellettuale e generosità: è sempre prodigo di consigli e ascoltarlo è un privilegio. È, quindi, per me un grande onore rivolgergli alcune domande per i lettori di Ciao Magazine:

Dante, quanto ha inciso l’isolamento cui ci ha costretto la recente pandemia, sulla tua ultima produzione letteraria? Mi pare tu abbia lavorato a un progetto sugli haiku.

Gli haiku sulla pandemia sono arrivati come arrivano le falene attorno al lampadario le sere d’estate, non appena si accende. Il progetto sugli haiku l’ho definito alcuni anni fa, dopo un meraviglioso viaggio a Kyoto, cui ne dedicai oltre Duemila! In questi mesi di clausura, invece, ho fatto le riletture che desideravo fare da anni e quindi ho ripreso in mano Nabokov, Lawrence, Sagan, Bunin, Borges, Kawabata, Čekhov, Mauriac, Hemingway, qualcosa di De Sanctis, Croce, Cecchi e De Robertis. Delusioni e conferme.

Non credo che l’isolamento abbia inciso su quel che ho scritto ultimamente. Io vivo in un tempo senza tempo, troppo dentro e troppo fuori dal mondo, e dunque subisco tutti i venti e tutte le tempeste, ma continuo a camminare per una strada che conosco soltanto io.

Lo studio è per te una costante. Quanto è importante leggere la poesia per poterla scrivere? L’ispirazione e il talento sono sufficienti o forse occorre un confronto continuo con chi ci ha preceduto?

È la domanda più insidiosa che si possa fare a un poeta o a un narratore. Non si può essere poeti senza avere attraversato tutte o quasi tutte le trincee nemiche e amiche. Il confronto continuo bisogna attuarlo senz’altro con chi ci ha preceduto, ma soprattutto con chi verrà dopo. Come bisogna fare, non so dirtelo a parole. La poesia dev’essere, comunque, sempre il futuro dell’uomo.

Ognuno di noi nasce con un’ inclinazione, con delle qualità, ma se non ci si allena anche il mitico Pelé (parlo di calcio), o il grande Ronaldo, fanno fatica a rincorrere il pallone e centrare la porta.
Il problema è molto complesso, però. I Greci, per sintetizzare, quando volevano riconoscere la grandezza di un poeta – bisticcio di proposito – “misuravano la sua misura”, cioè la capacità di sapersi esprimere dosando cuore, intelligenza, cultura ed esperienza.

Una volta uno dei miei maestri, Giacinto Spagnoletti, parlando di Alda Merini (era stato lui a scoprirla quando aveva appena diciotto anni e ad antologizzarla con Saba, Ungaretti, Montale….) disse, quasi sospirando: “Peccato che Alda non abbia studiato come si deve, non si sia applicata: sarebbe potuta diventare una grande poetessa”. Ovviamente, attenti a non scrivere soltanto col cervello e con la cultura. 

La poesia nasce in un terreno fertile che va di continuo annaffiato, non nel cemento armato. Le pagine devono contenere i palpiti e le emozioni, la levigatezza, la bellezza e la cura professionale ma non devono naufragare nella rigidità montaliana o calviniana della perfezione gelida.

Tuttavia, è un discorso troppo complesso e anche lungo. Insomma, la poesia è potenza e tenerezza insieme, un fiore d’acciaio con il cuore di miele. Il poeta non è soltanto un “grande artiere che al mestiere fece i muscoli d’acciaio”: è anche una nuvola vagante, un profumo di bergamotto.

Loi diceva che la parola poetica è carne e sangue. Si può scrivere su commissione, come facevano i giullari di corte, o piuttosto è la vita a dettarci i versi?

Se si è colti e si studia, i versi possono arrivare da varie direzioni. Bisogna vedere che cosa portano. Se la parola poetica fosse soltanto carne e sangue, avremmo delle macellerie invece di libri. La parola poetica è desiderio inappagato di congiunzione all’eterno, alla compiutezza spirituale, umana, d’amore, ed è tante altre cose insieme, non quantificabili, che hanno a che fare con la vita, con la morte, con l’amore inteso nella sua più estesa accezione.

La Calabria nel sangue. Come vivi il rapporto con la tua terra?

Ci torno quasi ogni mese, per respirarla. Il rapporto sarebbe problematico se mi mettessi a fare paragoni, analisi politiche, sociali, culturali, se tenessi conto che ogni paesino ha i suo trenta poeti.

Non tengo conto di niente, egoisticamente. Faccio solo il pieno di verde e di azzurro, di ricordi, e la vivo con gli occhi di mia madre e di mio padre senza rincorrere i mutamenti. Ho molti amici a cui voglio bene e che stimo e ogni mio ritorno è una festa comunque, un dilagare di bella umanità che mi fa sentire i palpiti dell’universo in una melodia sempre antica e sempre nuova. Devo dire, senza offesa a nessuno, che mi danno molto di più, anche culturalmente parlando, gli amici che non hanno studiato, o hanno lavorato per studiare.

Per nascere sono nato…per vivere ho vissuto… Ipotesi? Alternative?

Tu dici che io sono nato? A me non pare. Sono ancora nella pancia di Rosina, ascolto e sorrido, fremo e mi adiro, ma per fortuna non ho ancora la parola e quindi le sensazioni restano mute, si fanno promesse di esplicitazioni e di rivendicazioni. Davvero, mi sembra di non essere ancora nato e quindi non ho vissuto, almeno secondo quanto afferma un famoso libro di Pablo Neruda. 

Quindi ipotesi nessuna, se non “astratti furori”, una ressa di albe, un mare di virgulti, il progetto di un nuovo vocabolario che però dovrebbe contenere non solo parole, ma profumi, emozioni, valori essenziali…

Ma vedo che l’unica alternativa vera è la morte. Be’, sì, proprio come la proponeva Leopardi quando la metteva insieme all’amore. Dunque sto vivendo la mia morte con una gioia illimitata, godendone il sapore aspro e prolungato e che spesso ti presta cuore e occhi di veggente.

In copertina: Dante Maffia
immagini per gentile concessione dell’intervistato