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GIGIO ALBERTI - Da Salvatores a Bisio, un’intensa carriera tra cinema e teatro

In un pomeriggio di mezza estate, a poche centinaia di metri da casa sua, nel nuovo cuore di Milano, Citylife, ho incontrato Gigio Alberti, un uomo che teme chi non fugge mai e non ama mettersi in vista.

È schivo e pacato, ma i suoi occhi non smettono di sorridere, e questo mette tutti a proprio agio. Scavando nei suoi personaggi cinematografici e in quelli teatrali, e saltellando di decennio in decennio, esploriamo chi è Gigio Alberti, tra uomo e attore.

Molti lo riconducono al gruppo storico composto da Paolo Rossi, Claudio Bisio, Antonio Catania e Bebo Storti del Teatro dell’Elfo, fondato nel 1972 da Gabriele Salvatores, mentre i più lo ricordano come uno dei protagonisti dei più bei film dello stesso Salvatores, come Kamikazen, Marrakesh Express, Mediterraneo o Sud.

Ma Gigio Alberti è anche e soprattutto teatro. Tra i tanti spettacoli messi in scena, mi hanno incuriosito il personaggio nevrotico di Zitti tutti! e l’amico da bar di Ma tu sei felice?

Alberti e Bisio in una scena di “Ma tu sei felice?”

Zitti tutti!, uno dei tre monologhi del poeta Raffaello Baldini, parla di un uomo di provincia che, attraverso un soliloquio, cerca di trovare se stesso e di fare un bilancio della sua vita dopo essere stato lasciato dalla moglie che ha scoperto una sua scappatella. Questo personaggio quanto c’entra con te?

Potrei dire niente, a dire il vero, ma qualcosa c’è: l’attrazione per la provincia e quella per la distorsione. Mi spiego. Il protagonista viene da un mondo di paese a cui io non appartengo e a cui non sono mai appartenuto. E proprio per questo è come se avessi una sorta di nostalgia per un tipo di vita che non ho fatto, per un mondo che non ho vissuto.

Il mondo di paese mi ha sempre affascinato perché è un microcosmo in cui non ci sono segreti: tutti si conoscono e tutti, immancabilmente, hanno un proprio giudizio su tutti. Eppure, mi sembra che la dimensione sociale sia più facile. Forse non così quella culturale, ma c’è meno pigrizia: la difficoltà di arrivare alle cose rende più curiosi, più tignosi, più tenaci.

Questo strano territorio sociale e umano in cui il personaggio si trova, me lo fa sentire vicino. Il fatto che si faccia domande su domande, a cui raramente seguono risposte universalmente ragionevoli; il fatto che non si ritrovi mai d’accordo con quello che c’è intorno, le sue distorsioni mentali: tutto questo lo rende affascinante. Lui è egoista, concentrato su di sé, ma sono proprio queste distorsioni che hanno reso lui, e i vari personaggi dannati  che ho interpretato, affascinanti per me.

Anche lo spettacolo che sto facendo ora con Claudio Bisio è un dialogo fra due uomini tormentanti dalla vita, ma esilaranti nelle loro nevrosi. A tratti siamo tutti distorti, ma Vincenzo e Saverio concentrano in loro davvero una bella dose…

“E poi basta, mi sono stufato, è tutti i giorni uguale, non se ne può più. Mi voglio far crescere i baffi!”. Questo pezzo di poesia di Raffaello Baldini ti sta molto a cuore. Anche tu, metaforicamente, vorresti farti crescere i baffi? Cosa c’è da cambiare nella tua vita?

Vorrei cambiare molto, come tutti, probabilmente. Ma il lavoro che faccio mi aiuta, in questo: mi aiuta a illudermi di farlo, ma a non cambiarmi veramente. Fare l’attore permette di liberarsi da se stessi e, forse, questo lavoro lo si fa proprio per evitare grandi stravolgimenti. Che è un po’ quello che cerca di fare l’uomo della poesia.

Per tornare alla domanda, cambiare è difficile, soprattutto alla mia età. E nel concreto una cosa che non cambia da trent’anni è la mia casa. Sembra quella di uno studente! Sono pigro e non sono bravo a fare i lavori casalinghi, ma sono molto bravo a mantenere lo status quo…

Ci hai anticipato poco fa del tuo nuovo spettacolo con Claudio Bisio, Ma tu sei felice?. Questa lettura tragicomica vi sta portando in giro per i teatri italiani in questa strana estate…

Si tratta di un dialogo scritto da Federico Baccomo e tratto dal suo libro intitolato, appunto, Ma tu sei felice? Vincenzo e Saverio, due uomini benestanti, sono seduti al bar per l’aperitivo e iniziano a confrontarsi su più temi, rivelando però la loro natura gretta e la loro insoddisfazione cronica. Tutto comincia con la fatidica domanda “Ma tu sei felice?” e, quella che sembra essere una tranquilla chiacchierata al bar, si rivela essere qualcosa di più. Interpretando questo uomo mediocre, mi sto divertendo moltissimo. Mi sento libero di dire tutte le cose peggiori con la massima naturalezza e credendoci fino in fondo. Questi due folli vanno quasi oltre ogni limite con un candore che in qualche modo li salva dal giudizio del pubblico.

Una pièce nata in quarantena e passata dall’online ai palchi. Ce ne parli?

Questo spettacolo è nato proprio durante la quarantena, dove domande esistenziali come “Ma tu sei felice?” erano all’ordine del giorno e dove la vicinanza dei due protagonisti e l’ambientazione facevano riflettere sul nostro futuro. Claudio un giorno mi chiama (credo che fossero passati 3 o 4 giorni dall’inizio del lockdown, ma lui già scalpitava) e mi propone questo progetto: una lettura a distanza, a cui dare una parvenza di vicinanza. Una specie di ribellione all’isolamento, direi. Abbiamo quindi trasformato le nostre rispettive case in set improvvisati con chroma key, luci di fortuna e microfoni e abbiamo girato e montato questi 25 piccoli episodi che ci vedono, grazie alle magie della tecnologia, seduti allo stesso tavolo. Li trovate su youtube. In questi mesi siamo invece in tournée in giro per l’Italia. 

Ricordiamo la tua interpretazione di Cedro, l’eremita in cerca di sé di Marrakesh Express. Tu sei dovuto fuggire per trovare te stesso?

Cedro cerca se stesso. La gente passa la vita inseguendo la propria natura, la propria felicità. Fugge da cose per cercarne altre. Tutta questa faccenda di essere se stessi… ma io, poi, cosa ne so di chi sono? La fuga non la vedo come una mancanza di responsabilità, ma come una scelta di non adeguarsi alle cose, di non uniformarsi, di costruirsi un angolo fatto in modo diverso. È chi non fugge mai che mi spaventa…

In copertina: Gigio Alberti
immagini per gentile concessione dell’intervistato