CIAO MAGAZINE

View Original

LAOS - Viaggio tra spiritualità e divertimento

Tra i suggerimenti su come passare il tempo in modo costruttivo mentre si è costretti a rimanere chiusi in casa c’è quello di ripensare, rivivere un viaggio e ciò che l’ha reso speciale.

Ho visitato il Laos nel 2018 e vorrei farne emergere i ricordi così come si presentano, lasciandoli scorrere come un fiume, una cascata. Come l’acqua che tanto ha contraddistinto questa esperienza.

Cascata di Kuang Si © Simone Fischer

Ricordo che, leggendo ‘Lonely Planet – Laos’, in preparazione della partenza, la cosa che più mi aveva colpita era stata un’affermazione riguardante una caratteristica dei laotiani, il móoan, traducibile in ‘divertimento’.

Secondo Lonely Planet il buddismo Theravada, praticato dalla maggior parte della popolazione del Laos, enfatizza il distacco dalle passioni umane e il karma – quasi più della devozione, della preghiera o del duro lavoro – determina la propria sorte nella vita.

Seguendo questo principio, il popolo laotiano tende a non preoccuparsi del futuro e a dispiacersi per chi "pensa troppo". Evitare qualsiasi stress psicologico eccessivo rimane una norma culturale. A meno che un'attività non contenga un elemento di móoan, di divertimento, probabilmente questa porterà allo stress.

Arrivata in Laos con le mie compagne di avventura, Nunzia e Patty, mi sono preparata a verificare come il concetto di ‘móoan’ fosse messo in pratica.

La nostra prima destinazione è Vientiane, la capitale, nella quale lo spettacolo più incongruo è sicuramente il monumento di Patuxai. È una replica dell'Arco di Trionfo parigino con caratteristiche tipiche laotiane e commemora i soldati caduti durante la guerra d'indipendenza contro la Francia e contro i precedenti invasori: il Siam e il Giappone.

Le peculiarità di questo monumento sono proprio le decorazioni esterne, che presentano sia simboli religiosi buddisti, come le foglie di loto e le torri a forma di stupa, sia statue animiste di kinnari  (figure metà femminili e metà di uccelli) e nāga (serpenti dai ‘superpoteri’).

È valsa la pena salire in cima passando per una stretta scala per godersi il panorama della città, i giardini ben tenuti, le fontane, i turisti in posa per una foto.

Statua di Buddha a Wat Sisaket (dettaglio)

A Vientiane, oltre ad altri templi buddisti (noti in Asia come wat) dai tetti spioventi e dalle decorazioni in oro, visitiamo Wat Si Saket, il tempio più antico e caratterizzato da una grande veranda con pesanti colonne, un tetto ornato e sporgente e portici in legno intagliato.

Mentre, passeggiando nell’ampio cortile, esaminiamo la sua struttura antica e anche un po’ decadente, i nāga dorati ci osservano con fare minaccioso dagli angoli del tetto, ricordandoci che, grazie a poteri magici, possono assumere parvenza umana. Ma ci sentiamo protette.

Il chiostro, e l’edificio centrale del tempio (denominato sim) , sono stati trasformati in un museo che ospita migliaia di statue di Buddha, le più antiche delle quali risalgono al XVI secolo, che posano con diversi mudra, ovvero posizioni delle mani.

Camminiamo compiendo un giro completo in senso orario intorno al sim, sotto l’ombra silenziosa del portico. Questa pratica è una forma di rispetto, oltre al fatto che per la religione buddhista la circumambulazione (dal latino circumambulatio) di uno stupa, di un tempio o luogo sacro, purifica il karma negativo e favorisce la realizzazione del cammino verso l'illuminazione.

Abbiamo optato di arrivare a Luang Prabang in auto, viaggiando da sud a nord per ammirare il paesaggio verdeggiante, esplorare i mercati che offrono specialità locali di vario tipo (tra cui un’ampia scelta di insetti fritti), e fare una sosta di un giorno a Vang Vieng.

Per le suggestive montagne in pietra calcarea che si specchiano nel fiume e nelle risaie, questa cittadina mi ricorda molto Yangshou, nella regione del Guanxi, in Cina. Ma qui, differentemente da Yangshou, il turismo non è particolarmente sviluppato e, passeggiando per le vie deserte, la sensazione generale è di calma e quiete.

Vang Vieng © Gerd Eichmann

Finalmente arriviamo a Luang Prabang (che è un sito Unesco), per noi il clou della vacanza, soprattutto per il suo essere a misura d’uomo rispetto a Bangkok o ad altre metropoli asiatiche, e per il suo fascino.

Si percepisce un elemento di eleganza e raffinatezza mentre si cammina per le piacevoli strade e stradine della città. Sarà forse per il fatto che, pur dovendo la monarchia di Luang Prabang – nel corso dei secoli – piegarsi al volere di siamesi, birmani e vietnamiti e accettare in seguito il protettorato francese, la città è riuscita ad evitare l’invasione giapponese e i bombardamenti americani durante le guerre indocinesi, mantenendo così intatto il suo splendore.

Ed è nel Museo Nazionale (noto anche come "Haw Kham" o "Sala d'Oro"), che una volta era il Palazzo Reale, che si ha una panoramica del periodo storico in cui questa piccola nazione era una monarchia. Molti sono gli oggetti esposti, tra cui gli elaborati e anche bizzarri doni ricevuti dai diversi capi di stato stranieri.

Curatissimi i giardini, che accolgono vari edifici e statue. Rimaniamo però a bocca aperta di fronte al tempio dorato Haw Pha Bang, che fotografiamo da diversi angoli, attirando la curiosità di un gruppo di studenti locali. Facendosi coraggio, ci chiedono di praticare con loro l’inglese, di prendere parte a un sondaggio…e di scattare con loro varie foto di gruppo.

La vita della città si svolge per lo più nella zona vecchia, tra il mercato notturno, gli edifici coloniali, i ristoranti e bar alla moda, i bellissimi negozi di artigianato locale e i templi. Questi ultimi non sono sempre subito visibili, ma si nascondono tra palme, alberi di mango e frangipani, all’interno di cortili dove girovagano i giovani monaci sorridenti sempre incuriositi dalla presenza degli stranieri.

Wat Xieng Thong, ("Città d'Oro” o “Monastero dell'Albero d'Oro") è il più significativo e impressionante dei numerosi wat di Luang Prabang per la sua ricca decorazione interna ed esterna, e consiste di più di venti edifici. Camminando tra le cappelle e i padiglioni nei giardini ricchi di moltissimi fiori, arbusti ornamentali e alberi, ci troviamo davanti alla magnifica sim, la cui parete esterna è decorata con un grande e stupendo mosaico dell’albero della vita.

Wat Xieng Thong

Wat Xieng Thong si trova sopra al punto in cui il fiume Mekong si unisce al suo affluente, il  Nam Khan. E da quel fiume parte la nostra gita su una barca d’altri tempi dagli interni in legno lucido. Il cielo è uggioso a causa dei fumi provenienti dagli incendi nelle piantagioni, bruciate in primavera per lasciare il posto a futuri raccolti. In uno scenario surreale, piccoli e leggerissimi petali di cenere volteggiano cadendo dal cielo, trasportati dalla brezza, e si posano sull’acqua per poi dissolversi nelle profondità del fiume.

Dopo una lenta navigazione, arriviamo alle Grotte di Pak Ou, scavate all'interno di una ripida parete rocciosa. Una volta salita una scaletta, ci troviamo nella semi oscurità, davanti a migliaia di statue del Buddha di dimensioni, fattezze e materiali diversi, vecchie, nuove, intatte o scheggiate, ma tutte ugualmente soggette alla devozione dei fedeli.

Le spirali di fumo salgono da piccole piramidi fatte di foglie di banano contenenti bastoncini di incenso. Riempiono la grotta, avvolgono le gialle collane di fiori di calendula che decorano le statue. I devoti pregano, si prostrano davanti ai numerosi Buddha, indifferenti al rumoroso scoppiettare delle barchette dei pescatori che scivolano sul fiume.

Statue all’interno delle grotte di Pak Ou

Intanto, in religioso silenzio, spiamo questo lento svolgersi di vita all’interno e all’esterno della grotta, stordite dal fumo dell’incenso e dalla pesante foschia che ci attende.

Per rigenerarci, una gita in auto a un’oretta da Luang Prabang ci permette di apprezzare un angolo paradisiaco di natura laotiana. Addentrandoci in un sentiero nella foresta, arriviamo alle cascate di Kuang Si, che precipitano dalla fitta giungla su gradoni di calcare perfettamente scolpiti, per terminare in vasche di varie dimensioni. L’acqua è trasparentissima e, grazie all'alto contenuto di minerali, è di una tinta turchese-lattea, che riluce trasmettendo un luccichio dorato non appena è sfiorata dai raggi del sole.

Malgrado la presenza dei turisti, non è difficile trovare una piscinetta dove rinfrescarsi tranquillamente, fare una nuotata, riposare su un ramo d’albero godendosi il suono ritmico delle cascatelle accompagnato dal frinire delle cicale, e rituffarsi.

Proseguendo poi lungo il sentiero, ci troviamo su una passerella di legno da cui si gode lo spettacolo delle cascate più imponenti, che hanno una caduta di cinquanta metri, e offrono un panorama mozzafiato. Inevitabile scattare alcune foto-ricordo in questo splendido luogo da sogno.

Monaci celebrano il Bun Pi Mai

A farci riprendere coscienza della realtà, al rientro a Luang Prabang, ci pensano le docce e i gavettoni che ci attendono: spruzzate da pistole ad acqua, lanciate da secchi, addirittura da piscinette gonfiabili caricate sui camioncini.

Dopo esserci ritrovate fradice ma felici, saliamo in auto, procedendo a passo d’uomo sul ‘lungofiume’ popolato dalla folla. Di fianco a noi scorre un film di bambini, ragazzi, uomini e donne di tutte le età con i visi dipinti di rosso.

Da soli, in gruppi che indossano le stesse magliette, tutti felici e sorridenti perché finalmente hanno modo di celebrare il Bun Pi Mai, il Capodanno del Laos, ballando, cantando, suonando, mascherandosi, inzuppandosi a più non posso.

Il Bun Pi Mai segna il passaggio del sole dal segno zodiacale dei Pesci all'Ariete. Lo spirito del vecchio anno parte e ne arriva uno nuovo. Le celebrazioni non si fermano al tirare gavettoni e secchiate d’acqua, come porta fortuna, ma includono anche una parata e feste nei templi.

Abbiamo atteso qualche giorno, ma finalmente il móoan, lo spirito del divertimento e dell’allegria permea tutta la città e ci scivola sulla pelle bagnata lavando via la stanchezza, la pesante nebbia, la cenere, la fragranza dell’incenso intrisa nei capelli, e anche tutto quanto desideriamo se ne vada con il vecchio anno. Credo che, vista la situazione in cui versa il mondo, il prossimo Bun Pi Mai sarà tra i più memorabili.

In copertina: Monaco Theravada
immagine di repertorio

Articolo in inglese disponibile su paolacaronni.com