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LE OTTO MONTAGNE - Raccontare in alta quota

Se due anni di clausura imposti dalla pandemia hanno fatto sì che agognassimo vacanze in luoghi aperti, circondati da amici e a contatto con la natura, la risposta cinematografica migliore non poteva essere che un film girato sopra i duemila metri. Questo non significa che se Le otto montagne fosse stato presentato a Cannes in un anno diverso dal 2022 non avrebbe avuto il successo che gli spetta. Ma è altrettanto certo che ha toccato corde in ognuno di noi che non avevano vibrato per tanti, troppi mesi.

E così, dopo il Premio della Giuria di Cannes, il film dei due registi belgi Felix van Groeningen e Charlotte Vandermersch ha iniziato a girare l’Europa e quindi il mondo, riscuotendo successi di critica e di pubblico. In Gran Bretagna, dove vive chi scrive, è arrivato solo a giugno 2023: da qui il ritardo di questo commento, di cui mi scuso. Ma Le otto montagne è uno di quei film che ti entra in testa e, come una melodia contagiosa, si ripresenta che tu lo voglia o meno, costringendoti a rifletterci sopra un poco e a misurare te stesso, la tua vita, con quella raccontata nel film. Per questo, forse, un commento a cose fatte può ancora avere un senso.

Aggiungo, inoltre, che la geografia alpina di quei posti mi è del tutto familiare. Anche se nel film – così come nell’omonimo romanzo di Paolo Cognetti (premio Strega 2017) – le Alpi sono quelle occidentali, della Val d’Aosta, la loro geologia e vegetazione sono del tutto simili a quelle delle Dolomiti, dove ho avuto la fortuna di nascere, in un paesino sopra i mille metri: Moena. All’ammirazione per il film si è quindi aggiunto il piacere nostalgico di una narrazione che si muove tra baite, malghe e laghetti d’alta quota del tutto simili a quelli in cui ho passato gli anni interminabili dell’infanzia e dell’adolescenza.

Alle Alpi, poi, si aggiungono le montagne altrettanto incantevoli del Nepal, che nel racconto fungono da corrispettivo mistico-orientale nel girovagare spaesato di Pietro, l’amico di città. In entrambi i casi, i registi sono riusciti a portare sullo schermo la bellezza dei paesaggi naturali evitando panoramiche da cartolina postale. Ma l’ingrediente segreto di questo film va forse trovato nel ritmo lento della narrazione, nei suoi lunghi silenzi, che fanno pensare a capolavori del cinema recente come Brokeback Mountain (2005) di Ang Lee e The Tree of Life (2011) di Terrence Malick. Sono i tempi lenti della vita in montagna, delle lunghe camminate in cui, spossati, si ammira il panorama con la coda dell’occhio, la mente concentrata sul punto d’arrivo. Appassionato e convincente anche il contributo dei due attori protagonisti, Luca Marinelli e Alessandro Borghi, così come di Filippo Timi nei panni del padre di Pietro.

L’asse narrativo del film è molto semplice: ragazzo di città, studioso e di famiglia borghese, incontra ragazzo di montagna, ignorante e costretto a lavorare con lo zio casaro. L’amicizia che ne nasce è un incontro di opposti: tra la gentilezza fragile di uno e la fisicità rabbiosa dell’altro, tra il vagabondare intellettuale e vacanziero di uno e l’incatenarsi alle proprie radici dell’altro. Si potrebbe dire che è una caratterizzazione un po’ scontata, soprattutto nella figura del montanaro tutto muscoli e istinto, ma di poca cultura e dimestichezza nei rapporti sociali. È un po’ l’idea romanticheggiante de l’homme sauvage, l’uomo selvaggio a contatto con la natura e quindi misterioso, un po’ sinistro, irrazionale.

Qui mi si permetta un’unica critica (da montanaro): il ragazzo di città impara tante cose dal suo compagno, ma invece quest’ultimo sembra che impari poco o niente, tanto che il primo realizza i propri sogni e l’altro non ci riesce (ometto i dettagli per non rovinare il finale a chi non ha ancora visto il film). Ecco, in questo senso il racconto privilegia il punto di vista del “cittadino”, l’io narrante (e del resto già il romanzo, dai tratti autobiografici, è focalizzato su di lui), e finisce per fare dell’altro uno specchio, negativo o positivo che sia, ma comunque uno specchio bidimensionale. Bruno rimane un personaggio, appunto, selvaggio, forestiero (dove l’etimologia di foresto come “straniero” aggiunge alterità al personaggio), oltre la comprensione di Pietro così come di noi lettori e spettatori.

Critiche “montanare” a parte, un altro ingrediente che ha fatto lievitare il film meritandogli il successo che ha avuto è la colonna sonora. Per questo i registi si sono affidati alle ballate ipnotiche di Daniel Norgren, un cantautore svedese di country-blues i cui testi sono scritti in inglese. Il ritmo lento e un poco allucinato delle canzoni di Norgren sono un complemento sonoro perfetto alle lunghe carrellate panoramiche. Se è inevitabile chiedersi cosa sarebbe cambiato se le canzoni fossero state in italiano, visto che quella è la lingua e la cultura dei protagonisti, allo stesso tempo bisogna riconoscere il grande intuito dei due registi nell’aver scelto le canzoni tratte da un album di Norgren del 2015, Alabursy, i cui testi sono in sintonia con la trama. L’inglese delle canzoni funge poi da ponte che unisce le sequenze italiane con quelle nepalesi, dando al film quel senso di “non-luogo” o di luogo dell’immaginazione in cui Pietro si muove.

Insomma, se Le otto montagne è un riuscito romanzo di formazione, i registi van Groeningen e Vandermersch lo hanno trasformato in un racconto cinematografico altrettanto memorabile. È la storia di due vite e di un’amicizia (e di un tempestoso rapporto padre-figlio), raccontate con un’intensità che non può non portarci a ripensare alle nostre amicizie, fatte e perse, ai rapporti con i nostri genitori. E, non ultimo, al nostro rapporto con il mondo, oggi che dopo l’incubo della pandemia possiamo tornare a percorrerlo in lungo e in largo.

In copertina: una scena del film
Crediti Fotografici: Foto di Alberto Novelli 
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(Immagini per gentile concessione di Vision Distribution S.p.a.)