MARCO MANCASSOLA - Scrittore e Direttore del Festival Italiano della Letteratura a Londra

MARCO MANCASSOLA - Scrittore e Direttore del Festival Italiano della Letteratura a Londra

Marco Mancassola ha al suo attivo diversi libri pubblicati in Italia, Francia e Inghilterra, tra i quali Qualcuno ha mentito (2004), La vita erotica dei superuomini (2008) e Non saremo confusi per sempre (2011). A Londra ha fondato e dirige il FILL (Festival of Italian Literature in London).

Marco, sei conosciuto a Londra come il direttore del FILL, Festival Italiano di Letteratura a Londra, una manifestazione vincente per lo spessore degli speaker, dei performer, per la capacità di affiancare ad autori consolidati nuovi autori, offrendo un vero e proprio spaccato della società contemporanea. Come è nata l’idea di una rassegna della letteratura italiana a Londra?

FILL è stato concepito all'indomani del referendum sulla Brexit, in un momento in cui è sembrato importante creare una nuova occasione di incontro, di riflessione, e ritrovare un senso di comunità. Il festival è letterario in senso ampio, mette insieme letteratura e temi di politica, migrazione, cultura contemporanea, ed è italiano in senso altrettanto ampio, mettendo in dialogo voci italiane, britanniche e internazionali. Riflette in questo lo sguardo di molta comunità italiana a Londra, una italianità aperta e attenta ai movimenti del presente. Questa formula ha avuto un'accoglienza forte, fin dalla prima edizione abbiamo fatto il tutto esaurito. Parte del successo si deve anche all'atmosfera unica del festival e alla cornice suggestiva del teatro vittoriano dove si svolge, il Coronet di Notting Hill.

Quanto lavoro organizzativo richiede il festival?

FILL è organizzato da un gruppo indipendente, vario per età ed esperienze. Mettiamo nel festival il nostro sguardo di autori, giornalisti, traduttori, operatori editoriali, ricercatori italiani che vivono a Londra. Un contributo fondamentale al progetto viene poi dall'Istituto Italiano di Cultura. Il festival ha acquisito fin da subito un profilo alto – abbiamo già ispirato festival simili in altre parti del mondo, e solo quest'anno abbiamo ospitato due Premi Strega, un Premio Campiello, un Premio Goncourt, una finalista Booker Prize e un'agenzia finalista al Turner Prize, oltre a una quantità di voci nuove e di ricerca. Detto questo, rimaniamo un festival indipendente basato sul lavoro e sulla curiosità intellettuale di un gruppo di volontari.

Cosa ne pensi dello stato della letteratura e dell’editoria in Italia? Quali le differenze con l’editoria anglosassone?

Dall'avvento dei social media e della nuova era di serie tv di qualità, il mercato editoriale della fiction letteraria è ovunque in caduta libera. La letteratura richiede tempo e lucidità mentale e il mondo ha finito le scorte di entrambi. Eppure la letteratura non è certo morta e conserva la capacità di creare immaginari, di creare bolle abbaglianti di coscienza e consapevolezza. Per questo i festival letterari sono affollati.

Sia in Italia che in UK stiamo vivendo un momento storico tesissimo, e la tensione non calerà nei prossimi anni, perché tutti i nodi del mondo che abbiamo creato vengono ora fatalmente al pettine. Quest'anno al FILL abbiamo discusso anche di come i conflitti del presente stanno rimodellando la tradizione del romanzo europeo. Personalmente mi aspetto una letteratura che sappia riflettere il presente, seppure in modi obliqui e sconcertanti come spesso la vera letteratura fa.

Sei uno scrittore affermato a livello internazionale. Qual è il tuo percorso di scrittura e dove trovi l’ispirazione per i tuoi libri?

Sei gentile, ma non credo di essere così affermato. Ho pubblicato il primo romanzo a ventisette anni, in seguito ho avuto un buon riscontro in Francia e qualche soddisfazione col mondo del cinema, ora non pubblico da alcuni anni. C'è ancora tanta strada da fare, ma troverei poco utile abbandonarmi a un panico iperproduttivo, vedo autori pubblicare a ripetizione testi semi-abbozzati e privi di gestazione, mi sembra un segno di debolezza più che di vitalità. In termini di cosa mi ispira, direi che più di tutto mi ispira la vulnerabilità umana.

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Uno dei cinque racconti contenuti nel tuo libro Non saremo confusi per sempre ha ispirato il film “Sicilian Ghost Story”, di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, che ha avuto l’onore di aprire la Settimana della Critica a Cannes. Come hai vissuto questo successo?

Sicilian Ghost Story ha avuto risultati notevoli, vincitore di un David per la sceneggiatura non originale, distribuito in tutto il mondo, caso critico nel Regno Unito, in questi giorni distribuito in Stati Uniti e Giappone. I registi hanno fatto una lettura profonda e visionaria del mio testo, che a sua volta era ispirato a una storia reale e tragicamente famosa. In questo senso il mio racconto, che inventava un personaggio di fantasia per dare una nuova dimensione alla storia di cronaca, è stato parte di un processo di rielaborazione di quella storia, così come poi il film.

Sono grato del rapporto con questi due registi che nella scena cinematografica italiana di oggi mi appaiono come due fuoriclasse e insieme come due splendidi alieni. Sempre di più nella scena italiana sono gli outsider ad avere qualcosa di importante da dire.

C’è uno dei tuoi lavori a cui sei maggiormente legato e perché?

Non ripenso molto ai libri pubblicati in passato. È come rivedere un vecchio amore, c'è sempre qualcosa di spinoso e difficile da gestire. Detto questo, Sicilian Ghost Story ha riportato attenzione su Non saremo confusi per sempre, e il libro è stato ripubblicato di recente dall'editore La Nave di Teseo.

Sono appena stato a parlare del libro, del rapporto fra letteratura e industria audiovisiva, e di quello fra letteratura e realtà contemporanea all'Università di Capodistria in Slovenia, insieme a un gruppo di studenti e di studiosi molto validi. È anche grazie a occasioni simili che si mantiene motivazione per l'avventura di scrivere.

E ora a cosa stai lavorando? Potresti darci qualche anticipazione?

Ammetto che non mi piace parlare di romanzi in lavorazione. Si rischia di passare più tempo a parlare di un progetto che non a scriverlo davvero. Spero che avremo occasione di parlarne in seguito, e intanto di sicuro si sentirà presto parlare della prossima edizione di FILL.

In copertina: Marco Mancassola

 

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