EZIO BOSSO - Il maestro e le sue radici

EZIO BOSSO - Il maestro e le sue radici

Ezio Bosso è un direttore d’orchestra, compositore e pianista, Direttore Principale e Artistico della Stradivari Festival Chamber Orchestra e Sony Classical International Artist dal 2016. A febbraio 2018 è stato nominato Steinway Artist. È inoltre Testimone e Ambasciatore internazionale dell’Associazione Mozart14, eredità ufficiale dei principi sociali ed educativi del Maestro Claudio Abbado, nonché testimone ufficiale della Festa Europea Della Musica per il 2018. Vincitore di importanti riconoscimenti, come il Green Room Award in Australia (ancora oggi unico non australiano premiato) o il Syracuse New York Award in USA, la sua musica è commissionata o utilizzata dalle più importanti istituzioni operistiche mondiali. A Londra, dove vive, è stato direttore Principale e artistico di The London Strings. Nel 2015 The Arts News Paper (il più autorevole periodico di arte a livello mondiale) e Penelope Curtis, direttore di Tate Britain, hanno definito il suo concerto alla Ikon Gallery “l’evento artistico dell’anno nel Regno Unito”. Nello stesso anno è stato scelto dall’Università Alma Mater di Bologna per scrivere e dirigere la sua Quarta Sinfonia, dedicata alla Magna Charta delle Università Europee e che contiene il primo inno ufficiale di questa istituzione mondiale. Da ottobre 2017 a giugno 2018 è stato, inoltre, direttore stabile residente del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste. Uno dei suoi lavori, “The 12th Room”, è disco d’oro con oltre 50mila copie vendute. 

Immagine di Flavio Ianniello

Immagine di Flavio Ianniello

Maestro, il suo avvicinamento alla musica è iniziato prestissimo: all'età di quattro anni. Cosa ricorda di quei primi passi?

Poco o nulla, ovviamente, data l’età. So che ero un bambino che parlava poco e rimaneva incantato dalla musica che fingevo di dirigere in maniera infantile. Fu mio fratello maggiore a capire che la musica era essenziale per me e a convincere i miei genitori che, pur essendo persone sensibilissime alla cultura, non pensavano certo ad un futuro musicale per i figli. Il pianoforte fu il primo grande oggetto magico, la porta d’ingresso al mondo musicale, ma in realtà non vi potei metter mano prima di aver fatto un lungo percorso nel solfeggio, un percorso di solito noioso per i bimbi piccoli, ma che affrontai con gioia. 

Quando si è accorto che era arrivato il successo? Come ha reagito?

Successo? È un participio passato principalmente. Non credo nel successo e vivo ogni forma di popolarità come una responsabilità, ma non mi sono mai sentito ‘arrivato’ e non mi ci sento nemmeno ora. Il nostro è un mondo difficile e l’affetto di chi ci segue non sempre basta per entrare in meccanismi che spesso ignorano le esigenze del pubblico come noioso corollario all’attività, che è più gestione del potere che passione musicale. A me interessa solo fare il mestiere che ho sempre sognato: il direttore d’orchestra.

Che cosa significa, per lei, fare musica? 

Significa in primis sacrificarmi, non esistere, inserirmi, con la massima modestia possibile, ma anche con la certezza dello studio, preparazione e disciplina, in un percorso storico che costituisce l’ossatura portante della storia del mondo: la musica c’era prima di noi e ci sarà dopo di noi, c’è nelle onde del mare che si frangono, nel suono ritmato dei passi, come ricorda Elias Canetti in Massa e Potere, nel canto degli uccelli e potrei continuare all’infinito. Noi abbiamo semplicemente inventato il modo per trascriverla perché evidentemente ne avevamo bisogno e ne abbiamo ancora bisogno. Nella musica poi ritroviamo le nostre radici culturali, i nostri padri, i nostri fratelli, Bach, Beethoven, Čajkovskij, Schubert, ma anche i contemporanei come Part o Cage, insomma tutti coloro che hanno fatto la storia della nostra grande tradizione musicale e continuare ad indagarli e riproporli al pubblico ci restituisce la nostra identità più profonda.

Immagine di Flavio Ianniello

Immagine di Flavio Ianniello

Quanto è importante la musica, nella sua vita, e quanto l'ha aiutata nei momenti più difficili? 

La musica è la mia vita, non credo di dover aggiungere altro.

Da chi, o da che cosa, trae ispirazione? 

L’ispirazione non esiste, è un cliché che travisa il ruolo, il mestiere del musicista identificandolo con una figura immaginaria che in realtà non esiste perché è impensabile. Bisogna sempre trascendere se stessi, l’esperienza personale si deve trasfigurare. Esiste invece la preparazione, lo studio serio, la disciplina. Ogni composizione si inserisce in un flusso storico, ricorda ciò che già c’è, lo ripensa, ricostruisce un percorso di suggestioni, idee, architetture e colori, lo rielabora seconda regole precise da cui non si può prescindere.

In un'occasione ha affermato che il compositore e l'interprete che convivono in lei sono in continuo contrasto. Per quale motivo?

Principalmente tratto me stesso come compositore esattamente come non conoscessi chi l’ha scritto. Con la stessa analisi, partecipazione e critica che posso avere con il repertorio. Anche più duramente. E ovviamente il mio lato di compositore litiga con quello delle scelte dell’interprete. Ma fortunatamente li metto in pace. Ma di certo amo più interpretare il grande repertorio di tradizione dirigendo l’orchestra che comporre o eseguire le mie composizioni. Intendiamoci, non ho nulla contro la figura del compositore/esecutore di se stesso, lo sono stati tutti i grandi, Beethoven tanto per citarne uno fra cento, e credo anche che un buon direttore dovrebbe conoscere le basi della composizione, quindi sono soddisfatto di poter giocare entrambi i ruoli. Semplicemente mi diverte e fa star meglio rileggere la musica altrui, che nel fondo mi incuriosisce più della mia.

Quali debbono essere le doti imprescindibili di un musicista? 

Costanza, dedizione, studio, disciplina e desiderio di trascendere, di essere musica e non farla o imporla. Tutti tratti che possono mantenersi inalterati anche dopo decenni di carriera solo se si è dominati da una grande passione, altrimenti ci si siede e si diventa routinier, il più grande peccato del musicista, perché questa noia, questa routine poi si trasmette al pubblico che irrimediabilmente finisce per considerare quella meraviglia che è la nostra musica una cosa noiosa, di cui può fare a meno, e invece è musica che può ancora trascinare, appassionare, emozionare, travolgere, ma chi la fa deve crederci, deve continuare a studiare, anche a settant’anni. Alla fine è anche un problema etico: noi musicisti abbiamo una responsabilità etica verso il pubblico che dipende da noi per la fruizione di un patrimonio che altrimenti potrebbe essere conosciuto solo da pochissimi privilegiati in grado di leggere le partiture. Questo è un mestiere che non conosce pace, non conosce pensionamento, non conosce l’idea stessa di fermarsi, di considerarsi ‘imparati’. Purtroppo senza questa costante tensione emotiva, estetica, senza questa costante voglia di migliorarci diventiamo una zavorra per ciò che dovremmo amare e servire al meglio. Quindi in definitiva, la passione è il prerequisito essenziale per essere un vero musicista.

Il promo di Roots - video di Pier Paolo Giarolo

Roots (Radici), è il titolo del suo ultimo lavoro. Com'è nato?

Prima o poi c’è un momento nella vita in cui iniziamo a riflettere intensamente sulle nostre radici. Spesso coincide con la perdita di una radice per noi essenziale, come è successo a me. Mi sono quindi fermato a riflettere: ma cosa sono le nostre radici? Senza dubbio qualcosa di meraviglioso. Da ragazzi pensiamo siano un ostacolo; crescendo intuiamo invece che sono proprio loro a renderci indipendenti. È da adulti che scopriamo in noi la forza di poter mettere radici ovunque vogliamo, ad esempio creare una famiglia o una rete di importanti relazioni, come fanno gli alberi. Le radici di alcuni alberi hanno lo stesso volume del tronco e dei rami o si connettono a quelle degli alberi vicini forse per un aiuto reciproco. Pensieri che mi hanno spinto a chiedermi quali siano le radici della mia musica. 

Senza dubbio la radice è nella forma sonata; da lì è nata la mia Sonata per pianoforte e violoncello in quattro movimenti. L’ho completata poco tempo prima delle sessioni di registrazione di questo album, dopo una lunga gestazione di tre anni, perché era mia ferma intenzione inserirvi ogni mia radice. Ho utilizzato esattamente la forma della sonata, sia la forma-sonata nel primo movimento sia la struttura della sonata, cioè un adagio iniziale che si trasforma e diventa un presto nel finale. Inizia con un pensiero e il primo movimento si intitola Very slow, like a funeral march, come una marcia funebre; ma quella marcia si evolve e nel corso della sonata succede qualcosa, anzi molto, perché le nostre radici una volta scoperte ci liberano. 

Musica per scoprire le mie radici musicali, musica per scoprire quelle di altra musica. Ad esempio del minimalismo. Una, secondo molti, è Fratres, un brano del 1977 di Arvo Pärt, dove il compositore va a sua volta alla ricerca delle proprie radici. Lo compone in un monastero utilizzando come guida una sequenza di numeri radicali che si ripete a specchio. È la radice che torna. 

Poi, com’è ovvio, Bach, la radice della mia Sonata per pianoforte e violoncello e non solo: le radici del credere perché la fede è una forma di radice conquistata. La fede di Bach, che è fede assoluta nella musica e nel cristianesimo, si sente quintessenziata nei corali Ich ruf zu dir, Herr Jesu Christ e Wenn wir in höchsten Nöten sein

Immagine di Flavio Ianniello

Immagine di Flavio Ianniello

Le nostre radici possono essere anche l’ancora di salvezza a cui aggrapparci nei momenti peggiori della vita. Olivier Messiaen nell’estate del 1940 è in un campo di prigionieri di guerra in Germania e si affida alla radice cristiana; compone la Louange à l'Éternité de Jésus che è parte del Quartetto per la fine dei tempi, una fra le opere strumentali più belle del ‘900. 

Bach, Messiaen, Pärt, sono tutte radici che ascolterete nella mia Sonata per pianoforte e violoncello, dove ne potete scoprire anche altre due. La prima è costituita da un mio piccolo brano che ha per titolo Dreaming Tears In A Crystal Cage, dedicato a John Cage e sono sicuro che ne capirete il perché. Parla di quando ci si sente in una gabbia e delle lacrime che tratteniamo, quelle che ci scorrono dentro invece di uscire dagli occhi. La seconda è Beethoven. Non potevo non incidere quell’Adagio sostenuto della Sonata per pianoforte “Al chiaro di luna”, che mi fatto diventare un musicista; ancora bambino, andai di nascosto dai genitori ad acquistarne la partitura. In Inghilterra spesso si celebra chi è mancato raccontando vicende che lo hanno coinvolto e cantando tutti insieme; uno fra i tanti modi per recuperare le radici. Si chiamano mourning parties, gioco di parole fra mattino, morning, e addolorarsi, mourning. Mourning, addolorarsi, è solo una “u” in più di morning, mattino.  Si ricorda e intanto si fa festa. Il secondo movimento della mia sonata, il trio, è esattamente il ricordarsi delle origini. Il terzo movimento, lo scherzo, allude a quando non accetti le tue radici e provi a scappare, ma la fuga poi di fatto non riesce. Fino ad arrivare a quella liberazione dove tutto si unisce, il quarto e ultimo movimento, allegro molto, dove si scopre la vera radice: essere connessi l’uno con l’altro come possono esserlo le radici degli alberi.

Immagine di Guido Harari

Immagine di Guido Harari

Per un cittadino del mondo come lei, quanto contano le radici e dove si sente più a casa?

Ovunque io possa esercitare il mio mestiere senza abdicare alle necessità etiche di qualità e rispetto per il pubblico, quindi con il giusto numero di prove, tanto per stare sul concreto, musicisti che abbiano ancora voglia di sfidarsi e studiare, un’amministrazione che capisca l’altissima missione che gli è stata affidata. Ovunque ci siano queste condizioni, quella è potenzialmente la mia casa. In una casa ideale poi, vorrei un’istituzione che mi permettesse di aprire tutte le prove, sin dalla prima lettura, perché solo così il pubblico può accostarsi al grande repertorio classico capendo profondamente ciò che accade sul palco, senza infingimenti o quel senso di misterioso rito che a volte allontana la gente, facendola ingiustamente sentire inadeguata, quando in realtà tutti, ma proprio tutti avrebbero il diritto di accostarsi con semplicità e chiarezza al patrimonio musicale dell’Occidente, che non è meno nostro e meno fondante di un affresco di Michelangelo.

A cosa sta lavorando adesso? Quali sono i suoi prossimi impegni?

È una domanda che mi fa sempre sorridere. Il primo lavoro è studiare anche quando non si hanno concerti. Ora poi sto lavorando con tutto me stesso al progetto Grazie Claudio, cioè l’unico evento che raccoglierà da tutta Europa i migliori musicisti cresciuti negli anni con Claudio Abbado, unendoli a giovani talenti, proprio come piaceva a lui; li metterà tutti con me in un’orchestra senza nome, perché in casi come questi non c’è bisogno di un nome. Un’orchestra che vivrà solo per pochi giorni e solo per ricordare il 20 gennaio a Bologna nel suo teatro, il Manzoni, Claudio Abbado a cinque anni esatti dalla sua morte. Il ricavato poi andrà a favore dell’associazione Mozart14, da lui fondata e ora gestita con infinita devozione dalla figlia Alessandra. È un’associazione importante, di cui mi pregio di essere testimone, perché dà la misura dell’impegno etico, sociale che Claudio chiedeva a se stesso, ai suoi musicisti, nella consapevolezza che la musica non può chiudersi in una torre d’avorio, nei teatri dorati, lasciando fuori il mondo e i suoi problemi. La Mozart14 porta la musica nelle carceri e negli ospedali, perché la musica fa bene e chi sta male e ne ha più bisogno degli altri! E poi sto lavorando al mio ritorno dal vivo a Milano con la mia StradivariFestival Chamber Orchestra, al Conservatorio Verdi, il 30 e 31 marzo; e finalmente, quest’anno, potremo aprire le porte delle prove. È la prima volta che mi riesce di aprire le prove a Milano e sono davvero contento!

In copertina: Ezio Bosso (immagine di Flavio Ianniello)

 

LONDRA - La capitale inglese vista dall'alto

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MARCO MANCASSOLA - Scrittore e Direttore del Festival Italiano della Letteratura a Londra

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