LUCA MARINELLI - Tra Calvino, memoria e teatro
Dal 23 gennaio al 3 febbraio, Luca Marinelli torna sul palcoscenico del Teatro della Pergola, insieme alla sua compagnia, con La cosmicomica vita di Q. Lo spettacolo nasce da una libera immersione nell’universo visionario di Tutte le Cosmicomiche di Italo Calvino e dà corpo a Qfwfq, creatura senza tempo che attraversa scienza e fantasia, astrazione e realtà, memoria cosmica e presente umano. Ne emerge una cosmogonia originale, fedele allo spirito calviniano e capace di restituirne tutta la profondità poetica e filosofica.
Per Marinelli si tratta di un ritorno particolarmente significativo alla Pergola: proprio in questo teatro, quindici anni fa, debuttava con Sogno di una notte d’estate di Shakespeare per la regia di Carlo Cecchi (scomparso il 23 gennaio 2026 all’età di 87 anni, ndr), spettacolo nato come saggio di diploma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” e poi diventato una vera tournée nazionale. Oggi, con La cosmicomica vita di Q, l’attore e regista prosegue il suo dialogo con il teatro come spazio di immaginazione condivisa e di racconto collettivo.
In questa intervista, ci racconta il percorso creativo dello spettacolo, il suo rapporto con la scrittura di Calvino e il valore del lavoro di compagnia, offrendo uno sguardo intimo su un viaggio che attraversa l’universo per tornare, infine, all’essenza dell’essere umano.
Qfwfq attraversa miliardi di anni e approda nel presente: che tipo di viaggio umano e cosmico prende forma in questo spettacolo?
Qfwfq è una creatura che ha visto tutto, dall’origine dell’universo fino a oggi, ma sul palcoscenico lo incontriamo in una condizione fragile: è diventato uomo e, come spesso accade agli esseri umani, ha perso la memoria. La storia si svolge nell’ultima notte della Terra così come la conosciamo, una notte di Capodanno in una città contemporanea. Intorno a lui si muove una comunità di presenze antiche quanto il cosmo, che tentano di scuoterlo, di riaccendere in lui il ricordo di ciò che è stato. È un viaggio notturno, tra strade affollate e memorie lunari, in cui il tempo e lo spazio si piegano alla necessità di ricordare.
Portare Le Cosmicomiche a teatro significa confrontarsi con una scrittura molto letteraria: come avete affrontato questa trasformazione?
È stato un lavoro complesso e affascinante. Calvino ha una lingua potentissima, che vive di immagini, ritmo e intelligenza, e il rischio era quello di tradirne la ricchezza. Abbiamo cercato di non “ridurre” il testo, ma di attraversarlo, lasciandoci guidare dalla sua libertà e dal suo spirito ludico. Trasformare quella materia in azione scenica è stato un esercizio di ascolto profondo e di invenzione continua.
Cosa la colpisce ancora oggi della scrittura di Calvino, anche dal punto di vista teatrale?
Calvino, per me, è stato una rivelazione. Quando lessi per la prima volta La distanza della Luna, ebbi la sensazione immediata di trovarmi davanti a un teatro possibile, già vivo nella mia immaginazione. La sua scrittura è capace di rendere visibile l’invisibile, di giocare con concetti enormi senza mai perdere leggerezza. È una lingua che accende visioni, e questo per il teatro è un dono rarissimo.
Lei parla spesso di “realismo magico” in scena: come si costruisce questa dimensione durante il lavoro quotidiano?
Credo che nasca dall’onestà. Dal tentativo sincero di essere presenti, di non forzare nulla. È un percorso che si costruisce giorno dopo giorno, divertendosi, sbagliando, cercando. Quando si lavora con persone che si stimano profondamente, il viaggio diventa più naturale e anche la magia trova spazio per emergere.
Questo spettacolo sembra fondarsi molto sul lavoro collettivo: che valore ha per lei la compagnia, soprattutto nei momenti che precedono l’ingresso in scena?
Per me è tutto. Condividere il palcoscenico e il processo creativo con artiste e artisti che hanno messo tanto amore e dedizione in questo progetto è una fortuna enorme. La compagnia ti sostiene, ti protegge dalla routine e dalla paura. Posso dire con sincerità che senza di loro questo viaggio non sarebbe mai iniziato, e senza di loro non riuscirei a salire in scena.
Che cos’è oggi il pubblico per Luca Marinelli? E che cos’è il teatro?
Il pubblico è il motivo per cui facciamo teatro: è ciò che rende reale l’idea di condivisione. Ha un volto, uno sguardo, una presenza concreta. Il teatro, invece, è il luogo sacro in cui questo incontro avviene, uno spazio in cui attori e spettatori si riconoscono parte dello stesso tempo, dello stesso racconto.
In copertina: Luca Marinelli in scena
Crediti fotografici: Anna Faragona
Immagini per gentile concessione del Teatro della Pergola



