LETTURE DELL'INTIMO - Questione di semantica

LETTURE DELL'INTIMO - Questione di semantica

«Privato e nascosto non sono sinonimi».

L’ho detto così, come si dicono le cose che si credono giuste: per chiudere la discussione. Eravamo uno di fronte all’altro, io e un amico, sul suo divano. Quando l'ho detto pensavo di aver ragione, che non ci fosse altro da aggiungere.

Poi però ci ho pensato, mentre tornavo a casa; mentre mi stendevo sul mio, di divano, e mi chiedevo quando privato e nascosto inizino a sovrapporsi. Privato appartiene alla sfera personale; nascosto implica una scelta: sottrarre allo sguardo.

Quando avevo detto che no, non potevano intercambiarsi, in realtà riflettevo la mia idea di nascondere: un gesto intenzionale e amputante, una sottrazione, il taglio netto di un frammento dal quadro comune. Nascondere è decidere che l’altro non merita, o non può sostenere, ciò che viene occultato. Tenere qualcosa privato, invece, è custodirlo. Preservarlo dall’usura dello sguardo altrui, dall’inquinamento delle interpretazioni.

Quello che non accettavo di includere nella riflessione, penso adesso, è che due movimenti così diversi - la cura e la recisione - possano raccontare lo stesso gesto.

Ma lo sguardo non è mai innocente, né lineare. È complesso, distorto, irriducibile a una sola narrazione. Alcune letture degli ultimi mesi lo sanno bene: privato e nascosto non sono sinonimi, eppure si toccano, abitano lo stesso campo semantico.

Il dio dei boschi, Liz Moore

L’ultimo romanzo di Liz Moore mi ha inseguita per diversi mesi: lo scorso anno lo vedevo comparire ovunque, poi qualche mese fa mi è stato prestato con la convinzione che potesse piacermi, ma io stavo vivendo un blocco del lettore e lo avevo abbandonato sulla scrivania di lavoro. Solo a metà novembre l’ho aperto, rimanendo folgorata da questa storia ambientata nei boschi Adirondack durante l’estate del 1975: Barbara, secondogenita della ricca famiglia Van Laar, scompare nel nulla e nessuno riesce a trovarla. La sua scomparsa sconcerta perché sembra sovrapporsi in maniera inquietante a quella del fratello maggiore, Bear, anche lui scomparso nel 1963.

È un romanzo labirintico: ogni capitolo segue una voce diversa. Sono molte. Tra le più frequenti Tracy, l’amica di Barbara; Louise, che ne aveva la custodia; Judyta, l’investigatrice; Alice, la madre. L’impressione è stata quella di dover imparare a orientarmi, come se fossi anch’io in mezzo al bosco, costretta a trovare un modo per non perdere il sentiero.

Ogni personaggio, ed è ciò che mi ha colpita di più, nasconde qualcosa nella convinzione di tenerlo privato. In molti casi, però, la malizia del gesto affiora: l’egoismo del non dire la verità diventa evidente pagina dopo pagina. Moore accompagna chi legge con pazienza, fino all’uscita dal bosco, dove la luce arriva gradualmente.

Ma la fiducia richiesta al lettore ha un prezzo: accettare che la menzogna, la recisione dal quadro generale, non sia un incidente ma un elemento strutturale di questo romanzo familiare che abbraccia il thriller.

Un eroe dei nostri tempi, Enrico Trevisiol

Pietro, il protagonista, è un trentenne qualunque incastrato in una vita qualunque, che pensa spesso a quanto sarebbe bello essere una persona migliore. È un copywriter senza reale coinvolgimento nel lavoro, nell’associazione di volontariato che frequenta, nella relazione e persino nella ricerca della casa perfetta. Vorrebbe esserci, essere presente a sé stesso. Ci prova, ma qualcosa lo riporta sempre allo stesso punto.

Senza moralismo e senza giustificazioni, questo romanzo provoca: sembra dire prova a negare di averlo pensato anche tu. Molte delle riflessioni di Pietro le ho riconosciute come mie. Le ho tenute per me. Ho pensato, come lui, che certe cose è meglio non dirle ad alta voce; non per cattiveria, ma per pudore.

Nel flusso ininterrotto di pensieri messi su carta come ci si parla da soli, senza filtro, per un pubblico che coincide con sé stessi, questa disordinata narrazione conserva una sincerità rara. È il privato della solitudine: non nascosto, ma nemmeno condiviso.

Vite coniugali, Bernard Quiriny

A Imola, dove vivo, ha da poco aperto una libreria che espone solo editori indipendenti. Con spirito romantico ho deciso di entrare e scegliere un titolo a caso, per sentirmi partecipe al progetto. A farmi optare per questa raccolta di racconti è stata un’espressione incontrata nel paratesto: bestiario borghese. Ho sorriso e accettato la sfida.

C’è qualcosa, nello stile di Quiriny: una delicatezza pungente, un’eleganza ironica, lieve e precisa. I suoi racconti si aprono uno dopo l’altro con umorismo, e nel farlo ti afferrano e ti trascinano dove vuole l’autore.

Era da un po' che non mi sentivo così bene dentro un libro, che mi ha ricordato la sperimentazione di Calvino e l’ironica audacia di Perec nel suo La vita: istruzioni per l’uso (anche quello era un bestiario borghese). Per me, leggere questa raccolta è stato scoprire: questo verbo ha un’intima correlazione con ciò che si nasconde e ciò che si mantiene privato. Ogni cosa celata può essere scovata, portata alla luce.

Non credo di aver risolto la questione iniziale con la lettura di questi testi, ma forse non è mai stato quello il punto. Resto davanti al confine tra custodire e sottrarre, a sentire quanto sia sottile. Questione di semantica.

IKEBANA - Composizioni senza tempo

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