LAS VEGAS E L’OVEST AMERICANO – Dove il deserto incontra la luce
Dopo un anno intenso, fatto di impegni, ritmi frenetici e pochi momenti per respirare davvero, mio marito ed io sentivamo il bisogno di una pausa. Non cercavamo una semplice vacanza ma un’esperienza capace di mescolare leggerezza e profondità, stupore e silenzio, adrenalina e contemplazione. Così è nato il desiderio di un viaggio che unisse due mondi in apparenza inconciliabili: l’eccesso luminoso e artificiale di Las Vegas e l’austera grandezza dei parchi dell’Ovest americano, luoghi dove la natura domina ancora incontrastata e l’uomo è solo un ospite di passaggio.
Siamo partiti con l’animo aperto, senza aspettative rigide, lasciando che fosse il viaggio stesso a guidarci.
La Valley of Fire: il fuoco che arde nella pietra
Dopo aver trascorso la notte all’iconico Bellagio, simbolo perfetto dell’estetica dell’illusione e dell’opulenza, all’alba abbiamo lasciato la città per dirigerci verso un luogo che sembra appartenere a un’altra epoca: il Valley of Fire State Park. A poco più di un’ora da Las Vegas, il parco più antico e vasto del Nevada si apre come un libro di pietra scritto dal vento, dal sole e da milioni di anni di storia geologica.
Le formazioni rocciose rosse, accese dalla luce del mattino, sembrano ardere. Camminando lungo la Fire Wave, con le sue striature ondulate che ricordano un mare fossilizzato, ci si rende conto di quanto la natura sia la più grande artista mai esistita.
Davanti alle incisioni rupestri di Atlatl Rock, realizzate dagli Antichi Pueblo, è stato come aprire una finestra su un passato lontanissimo. Quei simboli preistorici, incisi nella roccia migliaia di anni fa, parlano di caccia, di sopravvivenza, di rituali, ma soprattutto di un bisogno universale: lasciare un segno, raccontare la propria esistenza.
Siamo rimasti a lungo ad assorbire il silenzio assoluto di quel luogo, interrotto solo dal vento e dal morbido fruscio dei nostri passi sulla sabbia.
Il Grand Canyon in elicottero: un battito d’ali sull’immensità
Alcune delle esperienze più memorabili nascono da un impulso improvviso. Così, quasi per gioco, abbiamo deciso di prenotare un volo in elicottero fino al Grand Canyon.
Sorvolare il Lago Mead e la Diga di Hoover ci ha regalato un crescendo di emozioni. Nulla, però, prepara davvero a ciò che accade quando il Canyon si apre all’improvviso sotto di te.
Le stratificazioni di roccia raccontano milioni di anni di trasformazioni, mentre il fiume Colorado continua paziente il suo lavoro di scultore eterno. Atterrati su un promontorio sospeso, il tempo sembrava essersi fermato.
Un brindisi con champagne, qualche fotografia e poi il ritorno, con Las Vegas che brillava all’orizzonte. Due mondi opposti sotto di noi: uno eterno, l’altro effimero. Entrambi, sorprendentemente, necessari.
La Valle della Morte: il respiro caldo del deserto
La Death Valley non è solo un luogo geografico, ma una prova sensoriale. Il caldo, la luce accecante, gli spazi infiniti ti costringono a rallentare, ad ascoltare il corpo e la mente.
Da Zabriskie Point, con le sue colline scolpite come onde immobili, a Badwater Basin, il punto più basso del Nord America, ci si sente minuscoli, eppure incredibilmente presenti.
Le distese di sale, i crateri vulcanici, i colori cangianti di Artist’s Palette sembrano ricordare che anche nei luoghi più estremi esiste bellezza. Una bellezza ruvida, essenziale, che non chiede di essere compresa, ma semplicemente osservata.
Las Vegas: l’elogio della frivolezza
Dopo tanta solennità naturale, ci siamo concessi senza sensi di colpa il lato più leggero del viaggio. Shopping, passeggiate lungo la Strip, la fontana del Bellagio, il Venetian, il Caesar’s Palace.
Las Vegas è un paradosso vivente: eccessiva, kitsch, spettacolare. Ma anche profondamente onesta nel suo essere finzione dichiarata. Un luogo che non pretende di essere ciò che non è. E forse, proprio per questo, libera.
La Route 66 e il mito del Vecchio West
Il viaggio on the road lungo la Route 66 ci ha regalato uno dei contatti più autentici con il patrimonio culturale americano. Questa strada non è solo asfalto: è un simbolo di libertà, di fuga, di speranza.
A Oatman, ex città mineraria, tra asinelli liberi e saloon storici, il Vecchio Ovest sembra respirare ancora. Qui il tempo ha un altro passo e la memoria collettiva si mescola al mito.
Tra Cool Springs, che ha ispirato Cars, e Kingman, cuore pulsante della Route 66, abbiamo attraversato un’America sospesa tra realtà e leggenda, fatta di polvere, sogni e storie che resistono al trascorrere del tempo.
“O” del Cirque du Soleil: pura magia
Video: Trailer di “O”
L’ultima sera, lo spettacolo “O” del Cirque du Soleil ha suggellato un viaggio memorabile. Acqua, corpo e musica si sono fusi in un linguaggio universale, quello del sogno. Un promemoria prezioso: la meraviglia non conosce età né confini.
Il valore delle pause
Questo viaggio ci ha lasciato una consapevolezza semplice e potente: prendersi una pausa non è un lusso, ma una necessità vitale. In un quotidiano che ci spinge costantemente a correre, a produrre, a riempire ogni spazio di impegni e obiettivi, fermarsi – anche solo per il gusto di farlo – diventa un atto di cura e, in fondo, di resistenza.
Concedersi momenti di leggerezza, di meraviglia o persino di frivolezza non significa perdere tempo ma restituirgli valore. È proprio nelle pause, quando la mente smette di essere in allerta e il cuore si apre allo stupore, che ritroviamo chiarezza, creatività e il senso delle cose. Rallentare ci permette di tornare ad abitare il nostro tempo invece di subirlo.
Tra il silenzio millenario del deserto e le luci abbaglianti di Las Vegas, abbiamo imparato che l’equilibrio nasce dall’alternanza: contemplare e giocare, ascoltare e lasciarsi andare. E che ogni viaggio, anche il più lontano, assume significato solo se il ritorno diventa parte dell’esperienza.
In copertina: Sulla strada per la Valley of Fire
Immagini © Stefania Del Monte, Danilo De Rossi
Trailer “O” © Cirque du Soleil





