MARIA LUISA PAPPALARDO – Dialogo e qualità all’IIC Praga
Alla guida dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga dal 1° ottobre 2024, Marialuisa Pappalardo porta con sé un percorso che intreccia musica, diplomazia e promozione culturale internazionale. Diplomata in pianoforte e composizione presso il Conservatorio di Santa Cecilia e laureata in Scienze politiche alla Sapienza Università di Roma con una tesi in diritto diplomatico e consolare, ha unito fin dall’inizio sensibilità artistica e vocazione istituzionale. Dopo le esperienze all’estero a Mumbai e Buenos Aires e l’impegno alla Farnesina nella promozione integrata del Sistema Paese, dal 2020 al 2024 ha diretto l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid, consolidando una visione dell’Istituto come organismo culturale vivo, radicato nella comunità e capace di costruire relazioni durature.
A Praga, la direttrice ha avviato il suo mandato con un attento lavoro di ascolto e osservazione, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo dell’Istituto non solo come sede di eventi, ma come spazio culturale aperto, riconoscibile e pienamente integrato nel tessuto cittadino. In questa intervista racconta le priorità del suo primo anno, il dialogo tra tradizione e contemporaneità, l’importanza della qualità e della continuità nella programmazione, e la convinzione che la cultura – quando sa mettersi in relazione con il territorio – sia uno strumento privilegiato di incontro, crescita e diplomazia.
Ha assunto la guida dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga il 1° ottobre 2024. Quali sono stati i primi passi e le priorità su cui si è concentrata in questo primo periodo del suo incarico?
Il primissimo periodo del mio incarico è stato innanzitutto un tempo di ascolto e di osservazione, per capire a fondo il contesto in cui mi trovavo a operare: la scena culturale praghese, il posizionamento dell’Istituto all’interno di essa e le aspettative del nostro pubblico. Mi sono dedicata quindi a un lavoro di studio e di incontri, soprattutto con gli operatori culturali locali e i partner istituzionali.
Dopo essermi fatta una prima idea, ho lavorato su una definizione di priorità. Una delle più importanti è stata rendere l’Istituto un luogo culturale costantemente vivo, non solo sede di eventi ma spazio attraversabile, riconoscibile e frequentato. Abbiamo ripensato l’organizzazione per garantire una maggiore accessibilità e fruizione per il pubblico, avviando un percorso di crescita ulteriore. Immagino, infatti, ogni ambiente dell’Istituto come un potenziale luogo di produzione e condivisione culturale, da valorizzare in tutte le sue possibilità.
Allo stesso tempo, ho ritenuto fondamentale proiettare l’Istituto oltre le sue mura, rafforzando la sua presenza nella città e nel territorio attraverso nuove collaborazioni e format capaci di dialogare con il pubblico locale.
Arriva a Praga dopo quattro anni alla guida dell’Istituto Italiano di Cultura di Madrid. Quali esperienze di quel periodo ritiene più preziose e come le ha eventualmente trasferite nel contesto culturale ceco?
L’esperienza alla guida dell’Istituto Italiano di Cultura di Madrid è stata determinante per consolidare una visione e un metodo di lavoro. Mi ha insegnato quanto sia fondamentale pensare un Istituto non come semplice sede di eventi, ma come organismo culturale vivo, radicato nella comunità e capace di costruire relazioni durature.
Sono convinta che i luoghi parlino attraverso la loro storia e la loro identità: sta a noi ascoltarli e valorizzarli. L’Istituto di Praga è il più antico Istituto Italiano di Cultura nel mondo, il primo, fondato nel 1922, con sede in un prestigioso complesso del XVII secolo. Qui sto quindi sviluppando questa visione attraverso una programmazione ampia e variegata che mette al centro anche gli spazi, includendo iniziative nel giardino, concerti all’aperto, mostre che dialogano con l’architettura stessa dell’Istituto, iniziative che possano rafforzare il senso di appartenenza e la connessione del pubblico a questi luoghi.
Più che trasferire singoli modelli, credo di aver portato da Madrid un metodo: qualità e continuità dell’offerta culturale, apertura e capacità di far sentire l’Istituto come un luogo riconoscibile, vissuto e di riferimento nella scena culturale locale.
La sua formazione musicale e artistica è molto ricca: pianoforte, composizione, lettura delle partiture, ma non solo. In che modo questa sensibilità artistica influisce sul suo approccio alla direzione di un Istituto di Cultura?
Senza la musica e la mia formazione artistica sarei sicuramente una persona molto diversa. La musica mi ha insegnato prima di tutto disciplina e pazienza. Studiare uno strumento significa impegnarsi e lavorare con costanza, accettare che i risultati arrivino nel tempo e comprendere che ogni passo richiede cura e continuità. Questa attitudine mi accompagna anche nella direzione di un Istituto: i progetti culturali hanno bisogno di maturare, di essere costruiti con attenzione, senza fretta ma con determinazione. Non tutto quello che si desidera alla fine riesce, ma è importante provarci sempre con passione e volontà.
Un altro aspetto per me fondamentale è l’attenzione alla qualità dei progetti. Al di là dei gusti personali, ciò che conta è la solidità di ciò che si propone. Questo principio guida anche le mie scelte: cerco sempre progetti che abbiano coerenza, qualità, ricerca e visione.
La musica è anche strumento di comunicazione profonda: quando si suona, tutto lo studio e la preparazione passano in secondo piano, perché ciò che conta davvero è il messaggio che si riesce a trasmettere al pubblico. Questa consapevolezza influenza molto il mio approccio: anche nella programmazione culturale penso sia essenziale creare occasioni che parlino alle persone, che suscitino emozioni e riflessioni.
Infine, l’esperienza concertistica mi ha aiutato ad affrontare anche il parlare in pubblico. Non significa sentirsi sempre sicuri, ma avere strumenti per gestire l’emozione e provare a sentirsi più a proprio agio davanti agli altri.
Ha seguito da vicino progetti di grande rilievo come Vivere all’italiana, Italia, Culture, Mediterraneo e Italia, Culture, Africa. Ci sono elementi o metodologie di questi programmi che desidera applicare o reinterpretare per Praga?
Progetti come Italia, Culture, Mediterraneo e Italia, Culture, Africa sono stati per me particolarmente significativi perché mettevano al centro il dialogo con il territorio e la contaminazione positiva tra culture diverse. Non si trattava semplicemente di promuovere la cultura italiana all’estero, ma di creare uno spazio di incontro, valorizzando affinità, punti di contatto e possibilità di collaborazione. In quelle esperienze ho maturato la convinzione che la cultura sia davvero uno strumento privilegiato di dialogo: funziona quando trova un terreno comune o di confronto positivo su cui costruire un percorso condiviso. Questo è l’approccio che sto cercando di seguire anche a Praga.
Un esempio concreto è la mostra Buratto, fili e bastoni, che abbiamo realizzato includendo anche marionette ceche. È stato un modo per valorizzare una tradizione italiana mettendola in relazione con quella locale, creando un racconto più ampio e partecipato. E abbiamo altri progetti con questo taglio già in programma. L’attenzione alla cultura del Paese ospitante, non come semplice contesto ma come interlocutore attivo, è per me una priorità: credo che sia proprio da questo confronto che possano nascere nuovi progetti, innovativi e creativi, e collaborazioni durature.
Praga è una città con un tessuto culturale vivissimo e un pubblico attento. Quali sono, secondo lei, gli ambiti culturali nei quali l’Italia può dialogare più efficacemente con la Repubblica Ceca?
Praga è una città con una straordinaria vitalità culturale e con un pubblico molto preparato; credo, per questo, che il dialogo tra Italia e Repubblica Ceca possa svilupparsi potenzialmente in tutti i settori. Sulla tradizione esistono già relazioni forti e consolidate, che costituiscono una base solida: penso alla musica classica, al teatro, al patrimonio storico-artistico. È un terreno su cui il dialogo è naturale e continua a essere molto fertile. Personalmente, però, ritengo importante spingere con decisione anche sul contemporaneo e su linguaggi che possano intercettare nuove sensibilità. Penso al jazz, alla danza, all’arte contemporanea, al design: ambiti nei quali l’Italia ha molto da dire e che possono dialogare in modo particolarmente efficace con il contesto culturale ceco. L’obiettivo è mantenere un equilibrio tra identità e innovazione: valorizzare ciò che è già radicato, ma allo stesso tempo aprire spazi per nuove connessioni e nuovi pubblici.
L’Istituto negli ultimi anni ha puntato molto su letteratura, musica e arti visive. Che tipo di continuità o rinnovamento immagina per la programmazione nei prossimi anni?
La continuità è un elemento fondamentale, perché garantisce riconoscibilità e solidità alla programmazione. Letteratura, musica e arti visive restano assi centrali e rappresentano una base su cui continuare a lavorare, rafforzando i percorsi già avviati. Per me è molto importante anche la costanza e la periodicità della proposta culturale: la creazione di contenitori di iniziative, che abbiano un filo conduttore tematico o settoriale, di rassegne periodiche, favorisce la fidelizzazione del pubblico e trasforma l’Istituto in un punto di riferimento riconoscibile. Non si tratta solo di singoli eventi, ma di costruire un’abitudine culturale, un appuntamento atteso. Allo stesso tempo, vedo che l’identità dell’Istituto si sta ampliando; accanto ai settori già consolidati, stiamo includendo in modo più strutturato la danza, diversi generi musicali e nuovi linguaggi dell’arte, compresa l’arte digitale. Il rinnovamento non significa sostituire, ma integrare e crescere insieme al pubblico.
Lei ha lavorato a lungo anche nel campo dell’internazionalizzazione economica del Sistema Paese. Come può questa esperienza contribuire a un nuovo modo di intendere la diplomazia culturale a Praga?
L’esperienza nell’internazionalizzazione economica mi ha abituata a ragionare in termini di integrazione e di Sistema Paese. Cultura ed economia non sono ambiti separati: si rafforzano a vicenda. Settori come il design, l’enogastronomia e la moda raccontano l’Italia e sono motori economici fortissimi. Lo stesso vale per le industrie creative: compagnie di teatro e danza, imprese culturali che generano valore, occupazione e innovazione.
Nel mio lavoro questo significa anche accompagnare le imprese culturali nei processi di internazionalizzazione: presentarle all’estero, metterle in relazione con partner e contesti nuovi, favorirne l’ingresso nei mercati culturali internazionali, con l’auspicio che possano poi muoversi in autonomia.
A Praga questo approccio si traduce in una diplomazia culturale concreta e trasversale, capace di mettere in relazione istituzioni, imprese e operatori culturali, rafforzando la presenza italiana in modo strutturato.
Ha coordinato progetti dedicati all’attrazione di talenti stranieri, come Invest Your Talent in Italy. Pensa a iniziative simili per rafforzare gli scambi culturali ed educativi con istituzioni ceche?
Ritengo che questo sia un ambito molto importante per rafforzare la collaborazione tra i nostri Paesi. Gli scambi culturali ed educativi hanno un impatto duraturo, perché creano relazioni che si sviluppano nel tempo.
Uno dei miei obiettivi è far conoscere in modo più ampio l’offerta accademica italiana, valorizzando le opportunità di studio e di ricerca e mettendole in dialogo con le istituzioni ceche. Vorremmo che un numero sempre maggiore di studenti cechi scegliesse l’Italia per il proprio percorso formativo, non solo nei settori tradizionalmente più noti, ma anche in ambiti meno consueti. In questo senso è importante promuovere e far conoscere di più anche le borse di studio che il nostro Paese mette a disposizione, affinché possano diventare uno strumento concreto di mobilità.
La sua carriera l’ha portata a Mumbai, Buenos Aires, San Francisco, Madrid. Cosa pensa che l’Italia culturale possa imparare da Praga e dalla sua tradizione, e cosa invece desidera portare qui in modo particolare?
Ogni Paese in cui ho lavorato mi ha lasciato qualcosa, e Praga in questo senso è una scoperta continua. Mi colpisce molto l’amore per la musica e per la lettura, e più in generale l’attenzione e la profondità con cui la cultura viene vissuta. Qui andare a teatro o a un concerto non è percepito come qualcosa per pochi, ma come un gesto naturale; si vedono tanti giovani presenti, partecipi, curiosi. La cultura ceca richiede anche tempo e attenzione: va conosciuta e frequentata con continuità, e proprio per questo rivela una grande profondità e, per me che la vivo da poco più di un anno, questo è uno stimolo continuo. Da parte mia, desidero portare ciò che l’Italia ha di più bello da offrire: il nostro patrimonio, la storia, l’architettura, la musica, ma anche la capacità di sperimentare, di innovare, di mettere in relazione linguaggi diversi e di guardare, con curiosità, al contemporaneo.
Credo che dall’incontro tra questa solidità culturale e la nostra energia creativa possa nascere un dialogo davvero molto ricco.
Quali sono i progetti o le linee strategiche su cui vorrebbe lasciare il suo segno come Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga nei prossimi anni?
Mi piacerebbe lasciare come eredità un Istituto aperto e vivo, riconosciuto non solo come centro della cultura italiana, ma come uno spazio culturale della città, frequentato e sentito anche dal pubblico locale. Stiamo già lavorando in questa direzione con una programmazione costante e riconoscibile; abbiamo avviato minifestival dedicati al jazz, al teatro e alla danza, che vedranno luce quest’anno, pensati per crescere nel tempo e diventare appuntamenti stabili. L’idea è che possano consolidarsi e continuare anche dopo di me.
Abbiamo inoltre attivato progetti di residenza artistica, che considero fondamentali. Le residenze sono veri momenti di scambio: artisti italiani e cechi lavorano insieme, si confrontano, costruiscono relazioni che spesso proseguono anche dopo la conclusione del progetto. È in questi legami duraturi che vedo uno dei risultati più significativi.
Un’attenzione particolare è rivolta anche alla scuola di lingua italiana, che rappresenta una porta d’ingresso essenziale alla nostra cultura. Rafforzare l’offerta formativa, mantenerne la qualità e integrarla sempre più con la programmazione culturale significa costruire un rapporto profondo e continuativo con studenti di tutte le età. La scuola di lingua sta crescendo e, al termine del mio mandato vorrei che potesse contare su una struttura organizzativa consolidata e una “fama” di eccellenza didattica e di accoglienza diffusa in tutta la città.
Concludo dicendo che i risultati di questo primo anno sono già molto significativi e incoraggianti perché il pubblico risponde molto bene alle nostre proposte e gli esperimenti fatti sono stati piccoli successi. Ma vogliamo fare e ottenere di più, per esprimere al massimo il potenziale del nostro Istituto; abbiamo obiettivi molto ambiziosi, ne sono consapevole, ma sono certa che li potremo realizzare perché insieme alle colleghe e ai colleghi siamo una squadra motivata e unita e, insieme, ci riusciremo!
In copertina: Marialuisa Pappalardo
Immagini per gentile concessione dell’IIC Praga




