LE ALCHIMISTE – Quando la materia prende vita

LE ALCHIMISTE – Quando la materia prende vita

Entrare nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano e guardarsi intorno è un’esperienza che suscita forti emozioni. Originariamente nota come Sala degli Specchi e realizzata nella seconda metà del XVIII secolo, era il luogo in cui si tenevano balli e festeggiamenti in onore di re, imperatori e presidenti. Il soffitto a volta era affrescato e decorato da stucchi. 

Nel 1919 il palazzo, già proprietà dei Savoia, passò allo Stato italiano. Purtroppo, nel 1943, i bombardamenti danneggiarono l’ala est dell’edificio e i sottotetti di tutte le sale, che in molti casi presero fuoco, come accadde anche in questa sala: il soffitto crollò, rovinando il pavimento di marmo, mentre gli stucchi andarono distrutti dalle fiamme, sfigurando le Cariatidi. Proprio in onore di queste ultime, principali vittime della devastazione, la sala assunse il nome attuale.

Dopo la guerra, il soffitto e il pavimento furono ricostruiti, ma la sala venne lasciata volutamente segnata dalle ferite del conflitto: gli stucchi deformati, privi di occhi e dai volti sfigurati, ci rammentano la forza distruttiva della guerra e le sue conseguenze, anche sulle opere d’arte. 

La sala è molto vasta: ha un soffitto altissimo e lunghe finestre dalle quali la luce, filtrando ampiamente, fa risaltare e vibrare tutto ciò che vi è esposto. Non poteva quindi esserci spazio più adatto ad accogliere le opere di Anselm Kiefer presenti nella mostra Le Alchimiste: lavori imponenti e di grande impatto, nei quali la materia emerge fino quasi a fuoriuscire dai quaranta grandi teleri, dialogando con la drammatica bellezza di questo luogo.

Kiefer, artista multimediale e, per certi versi, controverso, nasce l’8 marzo 1945 a Donaueschingen. Si fa conoscere con opere provocatorie che affrontano direttamente il passato nazista della Germania, tema allora ancora poco discusso pubblicamente. Diventa uno degli artisti contemporanei più importanti grazie a opere di grandi dimensioni realizzate con materiali come piombo, paglia e cenere, con cui riflette sulla storia, la memoria e la cultura europea. Nel corso della sua carriera ha esposto in molti musei e presso grandi eventi  internazionali, tra cui la Biennale di Venezia. Ed è soprattutto in Italia che l'artista tedesco ha trovato terreno fertile per alcuni progetti di grande rilievo.

“Per quanto sia impossibile definire l'arte, per quanto essa sfugga continuamente alla nostra comprensione, una cosa è certa: l'uomo che sono non è in grado di vivere senza l'arte. È facile dirlo, eppure si tratta di una dipendenza assoluta.” (A. Kiefer)

Ma chi sono Le Alchimiste? Caterina Sforza – che emerge da uno sfondo rosa quarzo – rappresenta il legame dell’artista con Milano: scienziata e condottiera, scrisse un manoscritto con oltre quattrocento ricette tra medicamenti e formule alchemiche. Come lei, anche altre donne raffigurate, vissute tra il Medioevo e la fine del Settecento, furono il trait d’union tra l’antica conoscenza alchemica, legata alla natura e ai suoi cicli, e la sua applicazione pratica.

Pur con i pregiudizi e le limitazioni delle epoche in cui vissero, queste figure femminili furono coraggiose e libere di sperimentare le proprie arti – medicina, botanica, farmacia, astrologia, cosmetica – e a loro ci si rivolgeva proprio in quanto donne, considerate creatrici e depositarie del mistero della vita. Beffate, accusate di stregoneria, perseguitate, condannate al rogo o sottoposte a una sorta di cancellazione, contribuirono al tempo stesso alla nascita della scienza moderna. Nelle loro mani la materia si trasformava, veniva infusa, distillata.

Non si può che rimanere colpiti dalle dimensioni di queste opere (per molte la superficie supera i cinque metri di altezza e si estende per oltre due in larghezza), dai colori, dal contrasto tra oscurità e luce, dai pigmenti d’oro che le caratterizzano, esaltati dalla luce solare.

Sono stata catturata da una delle prime alchimiste, che si presenta davanti ai visitatori e li fissa con sguardo scrutatore: Sophie Elisabeth von Clermont, dalla cui testa spunta un ramo di fiori e foglie realizzato in argilla e acciaio. Il suo nome potrebbe fare riferimento a Leona Constantia, autrice di un trattato alchemico che prometteva una chiara esposizione della preparazione della pietra filosofale.

Mi sono poi soffermata davanti alla raffigurazione di Anne Marie Ziegler, un'alchimista tedesca accusata di omicidio e condannata al rogo per i suoi crimini: con il volto terrorizzato e la gamba e il piede protesi in avanti, sembra letteralmente fuggire dal quadro.

Martine de Bertereau, pioniera della mineralogia francese, qui di bianco vestita e con le braccia unite verso il cielo, ricorda invece un angelo prossimo all’ascensione.

Si passa da figure dai contorni delineati a donne che sono quasi tutt’uno con la materia. I colori variano dal nero pece all’azzurro-verdognolo, creato col processo di elettrolisi; dai toni del grigio al marrone, come nel caso di Caterina Sforza, all’oro – elemento presente in tutti questi dipinti – che rappresenta il riscatto, la salita dagli inferi verso una dimensione eterna.

Ed è sempre l’oro che fa da sfondo totale e domina tra le opere di dimensioni più ridotte che si trovano in un’altra area della sala e da cui emergono volti tridimensionali scuri, raffigurazioni di statue e donne in varie pose.

Una di loro è Elizabeth Grey, nipote della strega Elizabeth Woodville, il cui figlio era comunemente noto come il Conte Mago per il suo interesse per l'alchimia, la metallurgia e la magia antica. Vestendo un abito simile a un sari e portando un recipiente contenente oro sulla testa, ricorda una raffigurazione mistica di provenienza orientale.

Molte di queste alchimiste sono oggi ignote, ma Kiefer ha trascritto i loro nomi sulle sue opere, per riportare alla luce ciò che è rimasto a lungo nell’oscurità della memoria collettiva.

Creando, trasformando e combinando olio, acrilico, gommalacca, foglie d’oro, sedimenti di elettrolisi, piombo, cotone, argilla, silicone, carboncino ed elementi organici, Kiefer diventa a sua volta l’alchimista: un demiurgo che plasma e trasforma la materia, creando “altro” e restituendo forma e dignità a queste figure, affinché possano rivivere insieme a noi.

Parte del programma culturale dei Giochi Olimpici invernali Milano Cortina 2026, la mostra Le Alchimiste, a cura di Gabriella Belli, può essere visitata fino al 27 settembre 2026.

In copertina:
Dettaglio di Sophie Brahe © Anselm Kiefer, foto: Nina Slavcheva

Nell’articolo:
Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi © Lorenzo Pennati
Caterina Sforza © Anselm Kiefer, foto: Nina Slavcheva
S.E. von Clermont, A.M. Ziegler © Anselm Kiefer, foto: Nina Slavcheva
M. de Bertereau © Anselm Kiefer, foto: Paola Caronni
Elisabeth Grey © Anselm Kiefer, foto: Nina Slavcheva

Composizione:
I. dAragona, M. Martinville, M. Cumberland,
P. Flamel, D.J. Wallich, C. Erculiani,
M.A. Atwood, A.K. Kleopatra, M. deBachimont,
© Anselm Kiefer, foto: Nina Slavcheva

Immagini per gentile concessione di Palazzo Reale Milano

MARIALUISA PAPPALARDO – Dialogo e qualità all’IIC Praga

MARIALUISA PAPPALARDO – Dialogo e qualità all’IIC Praga

0