59. BIENNALE D'ARTE DI VENEZIA - Metamorfosi, sovranità e sogni

59. BIENNALE D'ARTE DI VENEZIA - Metamorfosi, sovranità e sogni

Visitare la Biennale d'Arte di Venezia è di per sé un'esperienza meravigliosa, così come visitare Venezia: in continua evoluzione eppure fluttuante nella quiete, sorprendente e splendida anche nei suoi angoli più appartati, soprattutto quanto più si esce dalle aree più turistiche e battute. Ovunque si volga lo sguardo, la città offre scorci di paesaggi incantevoli, che durano e permangono a lungo, anche una volta rientrati a casa.

Quest'anno, come nelle passate edizioni, Venezia è diventata la mia meta per tre giorni, e non solo per quanto descritto sopra, ma per una immersione totale nella sua 59ª Biennale d'Arte, battezzata da Cecilia Alemani, Direttore Artistico di questa edizione, Il latte dei sogni.

Il latte dei sogni è il titolo di un libro dell’artista surrealista Leonora Carrington (1917-2011), in cui l’autrice descrive un mondo magico dove la vita è costantemente osservata e reinventata attraverso il prisma dell'immaginazione. In questa realtà, tutto è possibile e le persone possono diventare altro, cambiando il proprio corpo e abbandonando tutto ciò che è considerato "umano".

E, in effetti, la Biennale di quest'anno rispecchia pienamente i tre temi principali, come li descrive Alemani: “la rappresentazione dei corpi e delle loro metamorfosi; il rapporto tra individuo e tecnologia; la connessione tra i corpi e la Terra.”

Passeggiando tra il verde dei Giardini, dove si trovano i padiglioni dei diversi Paesi, e poi attraverso il lungo edificio dell'Arsenale - che mi stupisce sempre, con le sue opere d'arte coreografiche - mi è sembrato di vivere un sogno: qui ho trovato connessioni e assistito a metamorfosi.

Insieme alle mie due compagne di viaggio, Laura e Stefania, ho gironzolato per Venezia prima di entrare nell'area della Biennale, imbattendomi in eventi collaterali e mostre allestite in altri spazi suggestivi: un gradito fuori-programma alla nostra  esplorazione della città nella zona di Castello, dove abbiamo affittato un appartamento. Un’area molto meno affollata ma assolutamente affascinante, situata tra i Giardini e l'Arsenale.

Nel nostro girovagare tra le strette "callette", siamo entrate nello spazio dedicato a Liquid Light, un’installazione di Lita Albuquerque. L'omonimo film è proiettato su più schermi ed è stato girato sul lago Salar de Uyuni in Bolivia e sul lago Titicaca con la figlia di Lita, Jasmine, che vi si esibisce come ballerina e protagonista principale.

L'allegoria del tema di questa installazione riguarda Elyseria, un'astronauta del XXV secolo - personaggio di fantasia inventato dall'artista - che ha la missione di insegnare agli uomini nozioni sulle stelle e sui relativi campi dell'astronomia e della navigazione. Elyseria ha seguito l'artista durante le sue numerose installazioni, create nei paesaggi più estremi, e porta il messaggio che ci troviamo a vivere in un tempo sospeso tra il sacro e il profano.

Lo spazio espositivo è inoltre decorato da sfere di vetro realizzate a Venezia, che riflettono i pigmenti dorati su cui poggiano, e da installazioni sul tema della sfera. L'intero spazio espositivo rimanda a una dimensione soprannaturale.

Liquid Light ⓒ Lita Albuquerque

Anche il padiglione inaugurale del Nepal, intitolato Tales of muted spirits - Dispersed threads - Twisted Shangri-la, è ospitato in uno spazio espositivo esterno alla Biennale. Sono rimasta piacevolmente sorpresa nello scoprire che Tsherin Sherpa è l’artista principale a rappresentare il Nepal: avevo avuto occasione di vedere una mostra di suoi lavori presso la galleria Rossi & Rossi di Hong Kong.

Il tema di questo padiglione riguarda gli antenati del popolo Sherpa, le loro divinità e il ruolo che svolgono nella società. Ma tratta anche la tessitura dei tappeti come arte che si è trasformata in una forma di sfruttamento e che deve competere con l'industria del ready-made teso a soddisfare la crescente domanda estera. Per non parlare dell'impatto della ricerca dello Shangri-la da parte dell’Occidente e degli affari ad essa connessi, in un Paese che ha subito sfollamenti, perdite, terremoti e calamità naturali. Una splendida scultura in bronzo con braccia, gambe, mani e piedi intrecciati, con serpenti che vi girano intorno, chiamata Muted Expressions (in copertina, ndr), occupa lo spazio centrale.

Un dettaglio degno di nota è che quest’anno, alla Biennale d'Arte, c’è una grande rappresentanza femminile tra gli artisti, nonché una presenza rilevante di artisti provenienti da minoranze etniche o sottorappresentate, desiderose di rivendicare il loro posto nel mondo – la loro "sovranità" – come il popolo Rom, narrato al Padiglione polacco in Re-enchanting the world, dall'artista Rom Małgorzata Mirga-Tas.

Quest’opera d'arte è un enorme arazzo cucito a mano che ricopre le quattro pareti del padiglione con dodici pannelli di tessuto alti due piani. L'opera allude alla famosa serie di affreschi della Sala dei Mesi del Palazzo Schifanoia di Ferrara, che risale al Rinascimento. L’arazzo realizzato da Mirga-Tas rappresenta il viaggio dei Rom, la più grande minoranza europea, attraverso i secoli e i vari Paesi. Siamo rimaste particolarmente colpite non solo dalla finezza della lavorazione ma anche dalla vivacità dei colori e dalla ricchezza dei dettagli.

Re-enchanting world ⓒ Małgorzata Mirga-Tas

Un'altra minoranza rappresentata nel Padiglione dei Paesi Nordici, uno spazio molto luminoso e arioso dove domina il legno, è il popolo Sámi. Quest'anno, infatti, il padiglione è stato ribattezzato Sámi Pavilion in rappresentanza di Sápmi, la patria sámi degli artisti coinvolti, Pauliina Feodoroff, Máret Ánne Sara e Anders Sunna. L'esperienza cattura tutti i sensi attraverso la pittura, il suono, la scultura, l'olfatto e la performance. Anche in questo caso, emerge lo squilibrio dei rapporti di potere coloniali in Scandinavia e nella Penisola di Kola, dove i Sámi sono costretti a rinunciare ai legami di parentela con la terra e con le risorse d’acqua, essenziali per la loro vita. Con le loro opere, questi artisti propongono soluzioni che mirano a risanare e a ripristinare la visione del mondo Sámi ai giorni nostri.

La mostra al Padiglione Estonia si chiama Orchidelirium. Avendo vissuto a Singapore per quasi sette anni e viaggiato a lungo nel Sud-Est asiatico, l'ambientazione mi è sembrata in qualche modo familiare. Le artiste Kristina Norman e Bita Razavi hanno incentrato il tema di questo spazio sulla vita e sul lavoro di Emilie Rosalie Saal, un'artista coloniale specializzata nel disegno e nella pittura della flora tropicale. Pur essendo stata circondata, nel Sud-Est asiatico, da ogni incredibile specie di orchidea, non penso di avere mai riflettuto sull'ossessione per le orchidee dei collezionisti dell'epoca coloniale. Questa forma di sfruttamento botanico era forse diversa da altre forme di abuso di potere messe in atto dai colonizzatori? 

Ciò che amo della Biennale è che la lente attraverso la quale guardiamo le opere d'arte e riflettiamo sui loro significati non è mai quella convenzionale. E non convenzionale è sicuramente il Padiglione USA, la cui facciata in stile palladiano ha subito un "re-styling" e una copertura in paglia, assomigliando ora a un palazzo dell'Africa occidentale degli anni '30, grazie alla mostra di Simone Leigh, intitolata Sovereignty. Leigh è la prima artista nera americana a essere rappresentata alla Biennale d'Arte di Venezia. Le sue sculture sono monumentali e suggestive, mettendo in discussione la narrazione coloniale sui neri e sul corpo femminile. Ho apprezzato la riscoperta degli oggetti rituali africani per il loro ruolo spirituale originario e non per il loro essere reliquie artistiche da collezionisti. Questo è stato uno dei miei padiglioni preferiti.

Il Padiglione USA

A proposito di metamorfosi e trasformazioni, un altro padiglione che quest'anno è stato modificato – e di fatto in parte "demolito" – per ricreare quanto originariamente costruito nel 1909, è il Padiglione tedesco, il quale, ridisegnato nel 1938 per riflettere l'estetica fascista, era rimasto praticamente invariato fino ad oggi. In Relocating a structure l'artista Maria Eichhorn ritrova le tracce del padiglione originale, rimaste sepolte dopo la riprogettazione del 1938. Fanno anche parte di questo progetto visite guidate ai luoghi della memoria e della resistenza, alcune performance e un ricco catalogo.

Mentre continuavamo a camminare nel lussureggiante parco dei Giardini, abbiamo udito una voce femminile molto suggestiva che parlava in una lingua sconosciuta. Abbiamo quindi seguito questa rilassante melodia che ci ha portate a Queendom, presso il Padiglione israeliano: un altro esempio di arte vista dalla prospettiva femminile. All'inizio non riuscivamo a capire cosa rappresentassero le luminose opere di Ilit Azoulay, poi abbiamo colto che si trattava di lavori di artigianato digitale realizzate attraverso un fotomontaggio panoramico di manufatti, in particolare di vasi di arte islamica giunti in Europa ed esposti nei musei occidentali. L'artista ha scansionato, ingrandito e ricreato le fotografie d'archivio di questi oggetti, mettendoli in tal modo a disposizione – e condividendoli – con il mondo, affinché potessero appartenere a tutti.

Mentre ci recavamo all'Arsenale, abbiamo visitato il Padiglione di Hong Kong, opportunamente intitolato Angela Su: Arise, Hong Kong in Venice. Il tema e la grande metafora – e vi si può leggere senz’altro di più, tenendo conto di ciò che la città ha vissuto negli ultimi tre anni – è l'atto della "levitazione", che si sviluppa attraverso uno pseudo-documentario, disegni, lavori di ricamo fatti con capelli e installazioni. Il pezzo forte è Laden Raven, un ricamo di 3 metri di larghezza raffigurante un feto che riposa nel grembo del grande uccello. La mostra è piuttosto "oscura", con il nero come colore dominante, ma degna di nota. Ho apprezzato in particolare i meticolosi ricami di questa artista.

Angela Su, La magnifica levitazione di Lauren O, 2022.

L'area dell'Arsenale, come sempre, offre una serie di grandi installazioni e opere d'arte. Il flusso dei visitatori scorre con naturalezza da una sala all'altra, seguendo il racconto della convivenza tra uomo, natura e tecnologia già visto nel Padiglione della Corea del Sud, denominato Gyre (anche in questo caso, un padiglione molto innovativo e futuristico), e ben rappresentato nel Padiglione italiano (Storia della notte e destino delle comete) e nel Padiglione cinese (Meta-Scape). Tuttavia, nonostante gli alti e bassi della tecnologia e il difficile rapporto che questa ha con noi, non dovremmo mai dimenticare i sogni, il luogo da dove veniamo e la nostra "casa", qualsiasi cosa rappresenti per noi.

Ho visto molti altri padiglioni e opere d'arte rilevanti e potrei continuare a scrivere a lungo, ma vorrei concludere il mio excursus sull'esperienza alla Biennale con quello che per me è stato il padiglione che porta il nome più intrigante: Selling water by the river, ovvero il Padiglione lettone di Skuja Braden, una collaborazione artistica internazionale tra la lettone Ingūna Skuja e la californiana Melissa D. Braden. È stato come entrare nella stanza della nostra mente, ma anche nelle nostre case, piene di oggetti utili e inutili, alcuni dei quali dalle forme surreali. Ci è sembrato subito chiaro che questi oggetti di porcellana erano come mappe delle zone mentali, fisiche e spirituali che si trovano all'interno delle case degli artisti: fontane, tubi flessibili, corpi maschili e femminili, animali, specchi, Buddha, solo per citarne alcuni.

Alla fine, tutti torniamo a "casa" (qualunque sia ‘casa’ per noi) e lì troviamo ciò di cui abbiamo bisogno, compresa chiarezza di pensieri e sogni, come meravigliosamente scritto sulla pagina web del Padiglione lettone, da me qui di seguito tradotto.

"Forse casa non è un luogo, ma semplicemente una condizione irrevocabile", scrisse James Baldwin, quasi a riecheggiare l'idea, radicata nel buddismo zen, di uno stato incessante di presenza e illuminazione. Fu un maestro zen giapponese a scrivere: ‘Per quarant'anni ho venduto acqua sulla riva di un fiume. Oh, oh! Le mie fatiche sono state del tutto inutili’, questo per dirci che abbiamo già tutto ciò di cui abbiamo bisogno, che il fiume scorre che lo si voglia o no, e che dobbiamo raggiungere l'illuminazione da soli.”

La 59a Esposizione Internazionale d'Arte è aperta fino a domenica 27 novembre 2022 ai Giardini e all'Arsenale. Orari di apertura: da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Aperture straordinarie sono previste lunedì 31 ottobre e lunedì 21 novembre.

In copertina:
Tsherin Sherpa, Muted expression
(https://nepalinvenice.com )

Crediti fotografici:
Il latte dei sogni, catalogo Biennale: http://ftp.labiennale.org, design a cura di Formafantasma
Lita Albuquerque, Liquid Light, Film con suono: https://www.labiennale.org, immagine di David McFarland
Padiglione polacco, catalogo Biennale: http://ftp.labiennale.org, immagine di Marco Cappelletti
Padiglione USA, catalogo Biennale: http://ftp.labiennale.org, immagine di Marco Cappelletti
Padiglione di Hong Kong, catalogo Biennale: http://ftp.labiennale.org, immagine di Ka Lam
Padiglione lettone, catalogo Biennale: http://ftp.labiennale.org, immagine di Andrea Avezzù

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