LA FORMA DELL’IDEOLOGIA - Praga 1948-1989, in mostra a Parma

LA FORMA DELL’IDEOLOGIA - Praga 1948-1989, in mostra a Parma

La forma dell’Ideologia. Praga: 1948-1989 è il titolo della mostra inaugurata a Parma, il 24 maggio scorso, presso il Palazzo del Governatore.

L’esposizione, che rimarrà aperta fino al 28 luglio 2019, è promossa dalla Fondazione Eleutheria, dalla Collezione Ferrarini-Nicoli e dal Comune di Parma. Ha, inoltre, ottenuto il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Ministero della Cultura della Repubblica Ceca, dell’Ambasciata della Repubblica Ceca a Roma e dell’Ambasciata d’Italia a Praga, della Regione Emilia-Romagna, di Praga Città Capitale, dell’Istituto Italiano di Cultura di Praga, del Centro Ceco di Roma, del Museo delle Arti Decorative di Praga, della Camera di Commercio e dell’Industria italo-ceca e della FAMU (Film and TV School of the Academy of Performing Arts in Prague).

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In un percorso temporale che va dagli anni ’20 agli anni ’80 del Novecento, i curatori Gloria Bianchino, Francesco Augusto Razetto (Presidente della Fondazione Eleutheria) e Ottaviano Maria Razetto (Vice Presidente della Fondazione), hanno selezionato 220 opere tra dipinti, disegni, acquerelli, grafica, manifesti, fotografie, sculture, oggetti di design e proiezioni cinematografiche, che fanno rivivere l’atmosfera culturale della nazione cecoslovacca di quegli anni, che portò a una particolarissima produzione artistica, parte della quale fu dirottata verso un potente concetto di “realismo” il quale, scevro da accezioni negative, come ha sottolineato Vittorio Sgarbi durante la serata inaugurale, evidenzia come “il rapporto con il potere è quello che fa la storia”, in quanto “arte e potere sono la storia dell’arte”.

Dalla pittura alla scultura, dalla fotografia al cinema al design, l’arte di quel periodo è declinata nelle sue variegate sfaccettature sottolineando l’impatto che ebbe lo “stato di regime”, dal ’48 in poi, sulla cultura locale.

Un vero e proprio spaccato di civiltà, a incominciare dallo sport e dal suo rapporto con il potere, come dimostrano le Spartachiadi. Termine che rievoca quello dello schiavo Spartacus, il gladiatore che guidò la rivolta degli schiavi che si opponevano allo sfruttamento esercitato su di loro dalle famiglie patrizie. Un nome ricco di carica simbolica, in quanto richiama lo sport e la lotta di classe.

Il nome attecchisce velocemente e viene utilizzato dal 1921 fino alla seconda guerra mondiale, quando il governo del protettorato nazista proibisce le feste sportive operaie organizzate dal Partito Comunista, per poi ritornare nell’intervallo di tempo tra il 1955, quando iniziarono in occasione della cerimonia celebrativa dell’ingresso dell’Armata Rossa in Cecoslovacchia, e il 1985.

Spartachiadi

Spartachiadi

Nella Cecoslovacchia degli anni Cinquanta, le Spartachiadi statali, a cadenza quinquennale, furono il più importante rituale collettivo comunista, quello che meglio rappresentò l’ambizione del regime di creare un uomo nuovo e una società nuova. Oggetto della manifestazione fu la spettacolarizzazione dell’arte ginnica tradotta in un’articolata esposizione teatrale di gruppi composti sia da donne che da uomini, civili e militari, divisi in categorie.

Gli artisti, ovviamente, non si sottrassero dal rappresentare questi momenti di propaganda. Presente nell’esposizione, accanto ad una interessante documentazione fotografica, è il manifesto della Seconda Spartachiade Nazionale (1960) realizzato da Adolf Zábranský (1909-1981).

In mostra anche l’icona simbolo, tra il 1957 e il 1964, del divertimento, libertà e avventura per i giovani cecoslovacchi: la Čezeta (Česká zbrojovka Strakonice), Ciclomotore 175/502 dei primi anni ’60. La leggendaria moto a forma di siluro, ideata dall’ingegnere e motociclista Jaroslav František Koch che, in occasione del suo 60° anniversario, viene riproposta oggi come scooter elettrico di lusso.

Premiata durante l’Expo del 1958, la Čezeta ebbe un grande successo tra gli amanti degli scooter, caratterizzandosi come la Vespa delle repubbliche comuniste.

Čezeta

Čezeta

Di particolare interesse la sezione dei ‘Vetri’, che offre uno spaccato particolare. Infatti, come ha sottolineato Gloria Bianchino, “non avendo una committente pubblica sono oggetti più liberi, legati alla cultura della Bauhaus, alla cultura del design”, quindi vicini anche a forme di astrattismo.

Francesco Augusto Razetto, nel sottolineare come “la Mostra non ha alcuna pretesa di revisionismo storico”, ha aggiunto che essendo passati trent’anni dalla fine delle dittature comuniste dell’Est Europa, questo lungo periodo permette ora di “poter guardare le opere con maggiore obiettività. Sono artisti che, seppure furono al servizio di partiti dogmatici, nel corso degli anni seppero dimostrare le proprie qualità e, secondo me, riuscirono a condannare il regime e dall’interno seppero conquistare degli spazi di libertà”.

In mostra artisti di primo piano quali Josef Štolovský (1879-1936), Josef Brož (1904-1980), Alena Čermáková (1926-2009) e l’italiano mosaicista faentino Sauro Ballardini (1925-2010), ex partigiano, dalla vita non facile, che nel 1957 si trasferì a Praga dove conseguì una laurea all'Accademia delle Belle Arti e dove fu docente all'Accademia per il restauro e l'arte monumentale. A Praga ha lasciato, fra le altre opere, mosaici nelle stazioni della metropolitana e, nel 1979, il grande mosaico di 45 metri quadri (L’Umanità alla conquista dello spazio, in Mostra due piccoli pannelli) nel palazzo delle Telecomunicazioni a Žižkov, poi ricoperto e fortunatamente salvato dalla distruzione lo scorso anno, proprio grazie alla Fondazione Eleutheria.

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L’allestimento, curato dall’Architetto Ottaviano Maria Razetto, esalta e valorizza tutte le opere in mostra, accompagnando il visitatore, attraverso i due piani del Palazzo del Governatore, in un viaggio dai paesaggi industriali, orgoglio del Socialismo, nel pennello di Vincenc Živný,  Čížek Bohuš, Augustin Tkaczyk Bedřich, ai prodigi della macchina bellica e alla conquista dello spazio delle opere di Jaromír Schoř, fino alle suggestioni esotiche delle periferie orientali dell’Impero Sovietico, con il bazar di Bibi Khanym a Samarcanda, visto attraverso gli occhi di Alena Čermáková.

Una esposizione di grande interesse artistico e storico, nata grazie alla passione personale degli organizzatori.

In copertina:
Jaromír Schoř, senza titolo, anni ’70-’80 olio e tempera su tela
collezione Fondazione Eleutheria

 (Servizio realizzato con la gentile collaborazione di Marisa Milella)

 

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