ROBERTO ALAJMO  - Direttore del Teatro Biondo

ROBERTO ALAJMO - Direttore del Teatro Biondo

Roberto Alajmo è Direttore dell’Ente Teatro Biondo Stabile di Palermo dal 2013. Scrittore e giornalista professionista, dal 1988 è assunto al TG3 Sicilia della RAI e collabora con diverse testate nazionali. Il suo primo romanzo pubblicato è stato,  nel 1986,  Una serata con Wagner. Le sue opere sono tradotte in inglese, francese, olandese, tedesco e spagnolo. Con il romanzo Cuore di madre, è secondo classificato al premio Strega e vincitore del Premio Campiello, del Premio Verga e del Premio Palmi. È stato docente di Storia del Giornalismo alla facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Palermo e consigliere d'amministrazione del teatro Stabile di Palermo. Il suo romanzo È stato il figlio è stato trasposto, nel 2012, nell’omonimo film di Daniele Ciprì, interpretato da Toni Servillo.

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È mai partito per un viaggio con l’intento di scriverne un libro o una storia?

Molte volte, per lavoro, magari non è un libro ma un articolo o un servizio – ho lavorato a lungo per Mediterraneo, un settimanale che si faceva alla RAI fino a qualche anno fa – e ho girato tutti i paesi del Maghreb. Poi ho girato intorno alla Sicilia quando ho scritto L’arte di annacarsi, che è un libro di viaggio vero e proprio, anche se molto personale. E’ un libro di storie e di geografia.

Quanto c’è di personale nelle storie che racconta e quanto è importante socializzare per poi tirare fuori i personaggi di cui scrive?

È un discorso molto delicato: a me piace mescolarmi alla popolazione, però poi arriva un momento in cui – parlavo appunto di Mediterraneo – quando entra in scena l’occhio della telecamera, ma anche quando si sa che c’è un giornalista in una stanza, la realtà non è più la realtà. Per cui l’ideale è fare come faceva Ryszard Kapuściński cioè viaggiare, magari non nascondersi proprio, ma rimanere talmente tanto da mescolarsi alla popolazione e diventare un elemento del paesaggio; fino a quando il paesaggio non cambia, perché ci sei tu che lo guardi. Quindi, l’ideale, sarebbe poter restare in un posto talmente tanto tempo da non “inquinare le prove”. È così che mi piacerebbe viaggiare.

Se potesse dare un consiglio a se stesso ventenne, cosa si direbbe?

A parte non sposarsi (ride)… È una domanda interessante: cosa mi consiglierei? Mi consiglierei di non aspettarmi la felicità; se riguardo indietro e penso a tutte le aspettative che uno ha a vent’anni. Se parlassi con il mio alter ego ventenne e gli raccontassi tutte le cose che ho fatto, credo che mi direbbe che ho avuto una vita piena e felice. Allora io direi che piena sì, lo è senz’altro stata, ma la felicità non attiene alle cose che riesci a realizzare. Quindi gli direi di non aspettarsi troppa felicità.

Come la immagina la felicità, dopo tutte le esperienze che ha avuto. Quali sono stati i momenti felici?

A parte la tripletta dell’Inter nel 2010, alcuni momenti felici sono dedicati ai libri, effettivamente, ed ad alcuni dei premi che ho ricevuto; a mio figlio, indubbiamente. Però la felicità – come qualcuno ha detto – è un treno che tu incroci e, quando te ne accorgi, si è già allontanato ad una velocità straordinaria. Quindi la mia definizione è “essere felici e saperlo”: riuscire a mettere a fuoco il momento in cui si è felici.

Tuttavia, un buon elemento della felicità è la stupidità: mi pare che molte persone stupide siano felici. Basta anche una stupidità parziale, senza essere ebeti assoluti. Quando io ho citato la tripletta dell’Inter all’inizio, intendo dire proprio quello: io, per esempio, ho una stupidità parziale legata al gioco del calcio e lì, in alcune occasioni sono felice, e riesco anche a godermela un po’!

Lei è quotidianamente attivo, mi pare, anche sul suo blog.  Che differenza c’è tra lo scrivere un romanzo e postare impressioni sui fatti del quotidiano?

Io uso il blog in certi casi come quaderno d’appunti e poi, per intervenire sulla politica culturale, per esempio, il blog è uno strumento più agile che ti consente di intervenire in tempi più stretti sicuramente, anche se non immediati. Infatti, l’ho voluto chiamare “Penultima Ora” perché comunque mi riservo un tempo di riflessione sulle cose che succedono. Adesso intervengo meno sulla politica cittadina specialmente perché, rappresentando il Teatro Stabile, non mi sembra giusto. Non voglio che le mie opinioni siano sentite o confuse con quelle del teatro: mi sembra corretto tenere un profilo più istituzionale. 

Teatro Biondo - Sala grande

Teatro Biondo - Sala grande

Parlando di teatro, quali sono le sue impressioni sulla realtà dei teatri occupati in Italia? A Palermo, per esempio, c’è la bella esperienza del Teatro Mediterraneo Occupato. Come vede queste libere iniziative di persone che si impossessano di spazi inutilizzati per ridonarli alla cultura in modo indipendente?

Con il Teatro Mediterraneo ho un rapporto molto cordiale. C’è stato anche uno scambio e loro hanno fatto da noi una conferenza stampa, gli abbiamo fornito dei materiali per dargli una mano, e anche per dare un segnale di apertura tra il molto grande e il molto piccolo, tra il molto istituzionale e il per niente istituzionale. La cosa non è stata del tutto indolore, però, perché qualcuno ha obiettato che un’esperienza dell’illegalità non dovrebbe essere alimentata. In realtà, astrattamente è vero, però il mio tentativo è di portare il teatro stabile per strada, nella città. E quando c’è un fermento di questo tipo, io cerco di essere il più attento possibile. Certo, bisogna dire che l’esperienza dei teatri occupati ha un senso fin quando non si configura come esperienza stabile: ci sono dei tempi in cui tu puoi non pagare le bollette perché non ne hai la possibilità, però non puoi MAI pagare le bollette, MAI pagare la SIAE, MAI pagare le collaborazioni. Non sarebbe giusto, non tanto nei confronti del Teatro Stabile che ha un pubblico completamente diverso, ma nei confronti di altre realtà più strutturate. Un’occupazione, tuttavia, può servire a richiamare l’attenzione su un bene pubblico che non viene sfruttato. 

Come, per esempio, è stata l’esperienza del Teatro Valle a Roma…

Certo, quell’esperienza è durata molto e io mi sarei aspettato che, dopo lo sgombero, cominciassero i lavori di restauro. E invece no. Paradossalmente, a quel punto, per tenerlo chiuso, sarebbe stato meglio lasciare dentro quelli che occupavano. Anche se vale tutto quello che  ho detto prima: queste sono situazioni estremamente contraddittorie, in cui il bianco e il nero non sono gli unici due colori sulla tavolozza. 

A proposito della cultura in strada, a Palermo c’è la bellissima esperienza condotta da Alessio Castiglione, un giovane scrittore palermitano: il New Book Club, che coinvolge giovani e giovanissimi in laboratori di scrittura “in strada”. Un’esperienza profondamente etica, che porta la cultura anche a chi non ha opportunità di avervi accesso facilmente. Lei trova ci sia qualcosa di non etico in come la cultura è gestita a livello istituzionale ed editoriale?

Indubbiamente ci sarà qualcosa di non etico, però, sotto la voce cultura, io ci metto dentro dalla pasta con le sarde a Umberto Eco, quindi sarebbe veramente strano se non ci fosse qualcosa di non etico all’interno della cultura. La mancanza di cultura è poi il paradosso: quando uno dice che non ha tempo di leggere libri, non ha tempo di andare a teatro, anche quella è a suo modo una cultura. Quindi, come all’interno della categoria esseri umani, ci sono casi eticamente riprovevoli, anche all’interno della cultura ci sono delle distorsioni indubbiamente, da cui bisogna cercare di tenersi alla larga e declinare la parola nella maniera più virtuosa possibile.

Cosa pensa dei social media, del fatto che ognuno abbia la possibilità di raccontarsi – che ne abbia la capacità o meno?

È difficile, anche qui, dare una risposta categorica, perché il fatto che ciascuno abbia modo di esprimere la propria opinione è giusto; il problema è che in questo modo, ogni voce, da Umberto Eco all’ultimo cretino del mondo, vale alla stessa maniera; pesata su Facebook, più o meno vale lo stesso. E questa è senz’altro una distorsione.

Come è cambiata la sua attività di scrittore da quando ricopre il ruolo di direttore del Teatro Biondo, sia dal punto di vista pratico (della gestione dei tempi) che interiore?

Sono riuscito a scrivere almeno due libri negli ultimi tre anni, ma devo dire che sono riuscito a farlo soltanto strappandomi al Teatro e prendendomi delle lunghe pause; una volta addirittura dimettendomi, per riuscire a scrivere. Perché non è soltanto una questione di tempi, è una questione di concentrazione: se hai un miliardo di pensieri, non riesci a concentrarti su un libro, che è un’attività totalmente assorbente. Richiede concentrazione un articolo, figuriamoci un romanzo. Adesso, per esempio, che siamo nel pieno della stagione, è difficile scrivere. I tempi riuscirei anche a trovarli, perché mi sveglio presto e quindi potrei “fregare il mondo” all’alba; però quando scrivo un libro, io faccio solo quello e ho bisogno di fare il vuoto.  

Come è cambiata Palermo in questi ultimi vent’anni? Quali opportunità intravede in Palermo capitale della cultura?

Sicuramente la città è cambiata in meglio, però bisogna ricordarsi che Palermo non è una città facilitata come può essere Firenze o Venezia. Palermo è sempre e sarà sempre una città difficile – anche venisse come sindaco Gesù, non è che riuscirebbe a risanare il maledettismo di Palermo. È una città che, seppure si capisce che si muove in una direzione di miglioramento, si “annaca” – per tornare al concetto di movimento senza spostamento. Quindi senz’altro è una città migliorata, con ancora enormi margini di miglioramento.

Palermo capitale delle cultura è un’opportunità e, in sé, una cosa positiva: è un’idea e le idee sono migliori o peggiori a seconda delle gambe su cui camminano.

Quanto c’è di Europa a Palermo?

L’Europa è una delle componenti della città. Non voglio usare formule ritrite, “il ponte fra oriente e occidente, fra nord e sud”, “un crogiuolo di culture”, però è vero che Palermo è mentalmente centrale. Non dico geograficamente, perché oggi sei più al centro se sei a Berlino, con un aeroporto che ti collega al mondo. Io per esempio da qui, per andare a Cagliari, devo sempre prendere due aeroplani, se non voglio andarci a nuoto. Diciamo che sei geograficamente al centro del Mediterraneo, se ti muovi in barca; in tutti gli altri casi, non lo sei. Mentre dal punto di vista delle culture, il discorso cambia completamente, perché non solo Palermo è al centro di una certa idea di Europa ma anche di tutto il bacino del Mediterraneo.

(Intervista pubblicata sul Volume 5 di CIAOPRAGA)

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