ALLA RICERCA DI GIUDITTA - Gustav Klimt tra Vienna e Roma

ALLA RICERCA DI GIUDITTA - Gustav Klimt tra Vienna e Roma

Sono andata a Vienna per la prima volta nell’aprile del 2011, per un viaggio finanziato dalla Provincia di Roma, e purtroppo il tempo è stato così poco che non ho potuto visitare nulla della città, se non la Cattedrale di Santo Stefano che, con la sua guglia medioevale che ospita il campanile, domina tutta Stephansplatz.

Amo e amavo già allora Gustav Klimt. Rimango incantata da quell’oro che regna sovrano nelle sue opere, da quei corpi femminili sensuali e al tempo stesso vissuti, segnati, ma ciò che più mi affascina di Klimt è l’opera che porta il mio nome: Giuditta, la prima versione, quella del 1901. Nel 2011 sono ripartita da Vienna dopo soli tre giorni, con la promessa che sarei ritornata e avrei visto quel ritratto.

Nell’agosto del 2019 torno a Vienna e questa volta mi fermo un’intera settimana. Non resisto, e già al secondo giorno di permanenza decido di recarmi insieme a Camilla, la mia compagna d’avventure, alla Österreichische Galerie Belvedere. Giro tra i corridoi della galleria ammirando le opere dalle pennellate impulsive di Schiele, gli intrecci cromatici di Kokoschka e, sopra ogni cosa, l’oro di Klimt: inutile descrivere Il Bacio, la sua opera più celebre, che orna un’immensa sala e la riempie, con la luce che l’opera stessa emana, accogliendo l’osservatore in quel gesto intimo qual è il bacio tra due amanti.

Il Bacio

Continuo la mia visita, entrando in ogni nuova sala con grandi aspettative, perché è Lei - Giuditta - che sto cercando, fino a quando non entro in una stanza giallo-ocra e davanti a me trovo una parete vuota con un piccolo avviso. Inizio a leggerlo, ma subito mi interrompo: “Judith I, 1901, oil on canvas, 84x42 cm. Temporarily transferred…”. La mia testa si è fermata al “momentaneamente trasferita”. Guardo Camilla con tutto il mio dispiacere e lei cerca di risollevarmi, portandomi a vedere la ricostruzione dello studio di Klimt.

Anche stavolta non sono riuscita a vedere il ritratto. Ormai sono certa che non riuscirò a vederlo, per cui mi accontento di comprare nella libreria del museo un segnalibro raffigurante il dipinto da me tanto amato.

A settembre del 2021 mi ritrovo a cena con Daniele, il mio compagno, e una coppia di amici, Chiara e Andrea. Stiamo festeggiando i miei ventinove anni, compiuti pochi giorni prima. Chiara non resiste. È una sua caratteristica: non riesce a tenere a lungo una bella notizia o una sorpresa. Mi dà subito una busta contenente una lettera. È un indovinello. Inizio a leggerlo, fino a quando non vedo scritto: “Te che sei un’appassionata d’arte – andresti ad ammirarlo persino su Marte!- Ma che Marte e Marte, è qui nella Capitale – facciamo un gioco, se sbagli non vale. - Con tutto quell’oro nelle sue opere – ti fa quasi commuovere…”. Non riesco nemmeno a finire di leggere che grido “Klimt!”, facendo girare l’intero ristorante. Allora Chiara mi dà una seconda busta, contenente i biglietti della mostra, e subito penso che questa volta non potrò non vederla, perché sullo sfondo della brochure di presentazione c’è proprio Lei, Giuditta.

L’autunno a Roma è stupendo, ancora non è freddo e da ogni ponte del Lungotevere si intravedono splendide distese di alberi gialli e rossi. È domenica, il pomeriggio non tarda ad arrivare e finalmente mi ritrovo davanti a Palazzo Braschi per fare la fila ed entrare alla mostra.

Durante il percorso incontro quadri a me familiari, come il Ritratto dell’attore Josef Lewinsky in costume da Carlo I; la riproduzione de La Medicina, dipinto andato distrutto nel 1945 a causa di un incendio; La sposa, opera magnificamente incompiuta, ma ancora non vedo Lei.

Ritratto di Joseph Lewinsky

Continuo ad attraversare le stanze della mostra e ad un certo punto intravedo, nella sala adiacente a quella nella quale mi trovo, un ritratto intero di una donna vestita di nero. Incuriosita, entro, incurante della voce che nell’audioguida continua a spiegare la storia che lega Klimt all’Università di Vienna. Mi avvicino al gigantesco dipinto e vicino leggo: “Ritratto di signora in nero, olio su tela, 155x75 cm, Collezione privata”. Rimango impressionata dalle dimensioni, dal formato verticale e dai gioielli che la donna indossa. L’arazzo alle spalle della donna ritratta scompare completamente, poiché la scena è occupata dalla stoffa del suo abito, dai drappeggi, dai pizzi e dai gioielli. Collana, orecchini e bracciale sono resi in maniera straordinariamente realistica, tanto da sembrare che siano stati appositamente applicati sulla tela, quando invece sono stati dipinti con una precisione nella pennellata che percepisco avvicinandomi talmente tanto alla tela da sfiorarla quasi con il naso. L’autoguida spiega che questo è il primo ritratto che l’artista realizza a grandezza naturale, e rimango meravigliosamente incredula.

Proseguo nella sala successiva, caratterizzata da una scarsa illuminazione. Sono attratta però da un fascio di luce che illumina un’opera posizionata al lato di una parete nera. È Lei, Giuditta!

La figura di questa donna, definita dalla critica dell’epoca “la femme fatale”, occupa per intero il dipinto. La donna è snella e flessuosa; l’espressione sensuale ed erotica degli occhi socchiusi è enfatizzata dalla bocca leggermente aperta. Giuditta è avvolta dall’oro dello sfondo, dei suoi gioielli, della collana e della cintura che la avvolgono in toto, ma questo a Klimt sembra non bastare per esaltare la libertà artistica che la donna incarna, per cui il fratello Georg Klimt realizza una cornice in legno decorata nella parte superiore con una larga fascia di rame, su cui si leggono i nomi di Giuditta e Oloferne. La testa di quest’ultimo, nonostante sia stata sgozzata, sembra essere accarezza dalle mani della donna e visibile solamente nell’angolo inferiore della composizione.

Il Fregio di Beethoven (pannello)

Completamente affascinata dall’opera, mi dirigo verso l’uscita, senza aspettarmi però di ritrovarmi all’interno di uno spartito musicale: è il Fregio di Beethoven, opera che Klimt ha realizzato su pannelli che ricoprono le pareti del Padiglione della Secessione a Vienna. Mai avrei pensato di poter vedere uno spartito creato con la tecnica pittorica, piuttosto che con le note musicali. Mi sento completamente avvolta, invitata al connubio tra l’espressione artistico-pittorica e quella musicale. In quest’opera è presente ogni aspetto dell’umanità: l’erotismo, la mitologia, la felicità, il desiderio, il realismo e la brutalità con la quale a volte si manifesta, personificata dalla Malattia, dalla Follia e dalla Morte.

Esco da Palazzo Braschi ed è buio ma, dentro di me, vedo la luce che l’oro delle opere di Klimt emanano. E torno a casa con il vivissimo ricordo di Giuditta, di cui ho potuto finalmente ammirare la ricchezza artistica e decorativa.

In copertina: la Giuditta di Klimt

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