BUON COMPLEANNO, MILAN KUNDERA - L'autore ceco compie novant'anni

BUON COMPLEANNO, MILAN KUNDERA - L'autore ceco compie novant'anni

Se un libro è un mondo e uno spazio a sé, il titolo è lo scalino d’accesso alla sua porta, un ammaliante passaggio al servizio dell’opera.

L’insostenibile leggerezza dell’essere è il titolo perfetto, il titolo per antonomasia; tanto importante da domandarsi se, con un altro titolo, il romanzo sarebbe ugualmente diventato una delle opere più acclamate del ventesimo secolo. Un titolo tanto iconico da diventare un aforisma, da essere ripreso in altri campi, ad esempio da Frank Wilczek (premio Nobel per la fisica nel 2004) nel suo La leggerezza dell'essere. La massa, l'etere e l'unificazione delle forze (Einaudi, 2009) e dal nostrano cantautore Antonello Venditti, che lo ha forzato nella leggerezza del suo testo, in una metrica improbabile, assieme a La mia Africa e 9 settimane e ½. Era il 1986: un anno dopo l’uscita del romanzo che rese celebre l’autore boemo.

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Avevo sedici anni quando lessi per la prima volta L’insostenibile, come lo chiamavamo confidenzialmente noi ragazze, mentre progettavamo di gestire un caffè letterario dove dibattere su Pasolini e proiettare Kieslowski, in contrapposizione alla superficialità del mondo, all’edonismo reaganiano, craxiano e, soprattutto, paninaro dei nostri coetanei che seguivano i Duran Duran.

Ci divertivamo a fare le intellettuali passeggiando sotto ai portici dell’ateneo di Bologna, avendo cura di tenere sempre ben in mostra una copia de “Il Manifesto”. Con nozioni un po’ appiccicate con il Vinavil,  giocavamo alle lotte politiche assieme alle prime relazioni e L’insostenibile era per noi una bibbia, un paradigma in quel terreno di gioco che credevamo terreno di battaglia.

Attraverso le sue storie interconnesse, il libro sembrava svelare le scorciatoie sulla via della costruzione dell’identità di noi giovani negli anni Ottanta, la complessità disincantata della vita, la conquista intrinseca al sesso e all’aspetto politico del comunismo dell’era sovietica di Tomáš, Sabina, Franz e Tereza (i quattro protagonisti del romanzo) che tanto ci affascinava e di cui ben poco capivamo.

Ma L’insostenibile leggerezza dell’essere non è stato solo il libro dei giovani. Italo Calvino lo definì “il vero avvenimento dell’anno nel campo del romanzo mondiale”.

In quegli anni tutti lo leggevano, assieme al Il libro del riso e dell’oblio e L’immortalità. Sono i romanzi che Kundera scrisse a Parigi, dove si rifugiò dopo aver partecipato alla Primavera di Praga: cosa che gli costò la cittadinanza cecoslovacca. Sono storie di esilio scritte in esilio, che rappresentano un cambio rispetto alle opere precedenti e definiscono un cammino letterario ben preciso: la voce unica di Kundera.

Nel romanzo-saggio La lentezza (Adelphi 1995), prima opera che scrive in lingua francese, riferendosi a Le Relazioni Pericolose, Kundera fa un’osservazione sullo stile dell’epistolario scelto da Pierre Choderlos de Laclos: “Relazioni pericolose non è un mero procedimento tecnico che possa essere sostituito con un altro. È anzi una forma in se stessa eloquente: ci dice che tutto quanto i personaggi hanno vissuto l’hanno vissuto solo per raccontarlo, trasmetterlo, comunicarlo, confessarlo, scriverlo. In un mondo come questo, dove tutto si racconta, l’arma di più facile uso, e insieme la più letale, è la divulgazione”.

Raccontare, dunque, a qualunque costo. La scrittura diviene, così, l’arte di dire l’inconfessabile a sé e al mondo, ciò che mette l’autore allo scoperto; e ben lo sa Kundera che, a partire dal suo primo romanzo Lo scherzo (1967) è stato sotto scrutinio della polizia segreta.

Nella sua ultima fatica Il Festival dell’Insignificanza (2014) lo ritroviamo, ormai 85enne, aprire così le danze: “Era il mese di giugno, il sole del mattino spuntava dalle nuvole e Alain percorreva lentamente una via di Parigi. Osservava le ragazze, che mettevano tutte in mostra l’ombelico tra i pantaloni a vita molto bassa e la maglietta molto corta...”.

Non sappiamo ancora nulla di Alain, uno dei quattro protagonisti, ma possiamo dedurre sia un intellettuale (e rieccoci) perché alla vista degli ombelichi in mostra si sofferma a riflettere, insieme all’amico che lo accompagna, sulla natura dell’orientamento erotico del maschio di oggi verso quel tondo al centro del corpo femminile, piuttosto che sui seni o sulle cosce. E la sua conclusione è che l’ombelico è un appello alle ripetizioni a cui è votato questo millennio, nella sua negazione dell’individualità.  

Il libro ha trovato numerose critiche sfavorevoli. Certo è che questa commedia umana porta i segni di una saggezza autunnale, di un erotismo diluito, della gioiosità e leggerezza di un anziano, ma non manca di riproporci uno dei temi portanti dell’attività letteraria e saggistica di Kundera: il centro del potere seduttivo femminile, in un affascinante parallelismo tra lo sguardo di un uomo e lo sguardo della sua epoca.

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Non sappiamo molto di Kundera, oggi. Ha smesso di rilasciare interviste una decina di anni fa. Talvolta viene posta la questione di quattro dei suoi romanzi che non sono ancora stati tradotti in ceco. Lui fa sapere non ha né tempo né voglia di dedicarsi alla traduzione ma non desidera che se ne occupi nessun altro.

Come accade per tutti i miti che si ritirano a vita privata, ci si riferisce a lui partendo da un “si dice”.

Si dice, appunto, che sia tornato spesso nella sua città natale per visitare gli amici di una vita, ma sempre in incognito. Si tratta di Brno, in Moravia. Repubblica Ceca oggi, Cecoslovacchia nel 1929, quando vi nacque lui il primo aprile.

Oggi Milan Kundera compie novant’anni e si dice che abbia insistito affinché gli editori non sottolineassero questo traguardo. Ma per noi è una buona occasione per riguardare alla sua opera con gratitudine, riconoscergli che rappresenta un valore robusto e duraturo, un’occasione per riguardare alla storia della nostra Europa come un palcoscenico geopolitico i cui attori siamo noi europei, figli del romanzo, da Cervantes in poi.

Ancora oggi leggere un libro di Kundera ci mette in difficoltà, perché ci fa inevitabilmente domandare se quello che  andremo a leggere dopo potrà mai reggere il confronto.

Auguri, Maestro!



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