THE QUEEN'S GAMBIT - La regina è giunta in porto

THE QUEEN'S GAMBIT - La regina è giunta in porto

Parlando di cinema, Michael Ondaatje – l’autore del romanzo The English Patient (1992), il cui adattamento cinematografico vinse nove Oscar – paragonò la produzione di un film a un viaggio in nave. Sviluppò quindi la metafora con l’immagine di un piroscafo brulicante di passeggeri, comandato da un equipaggio di dubbia moralità, sempre sull’orlo di affondare. “Eppure”, concluse, “talvolta, magicamente, questo piroscafo riesce a raggiungere un porto sicuro”. In effetti, scorrendo i lunghi cataloghi di Netflix o Amazon, ci si rende conto di come, per ogni film riuscito, vi siano tanti altri piroscafi andati alla deriva per aver finito il carburante, o arrivati nel porto sbagliato dopo un qualche ammutinamento.

Lo stesso si può dire per le serie televisive anche se la prassi del ‘numero pilota’ permette di bloccare sul nascere i progetti meno riusciti.

L’ottobre scorso, The Queen’s Gambit (nella versione italiana “La regina degli scacchi”), è magicamente approdato nelle nostre case, maestoso come uno di quei piroscafi di lusso che attraversavano l’Atlantico negli anni Trenta. Da qui la tentazione non soltanto di descriverne la bellezza, ma pure di studiarne la meccanica, di entrare sul ponte di comando, visitarne le cabine, i ristoranti, la sala da ballo e, importante, la sala motori. Già, iniziamo da lì. Il motore di un film è il soggetto, prima ancora della sceneggiatura. Quante volte siamo rimasti delusi da film girati e recitati splendidamente ma che portavano sullo schermo una storia poco convincente.

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The Queen’s Gambit è partito da una base sicura, il romanzo omonimo di Walter Tevis, i cui libri hanno più volte fatto da trampolino per film di successo, da The Hustler (1961) a The Color of Money (1986), entrambi con un grande Paul Newmann rispettivamente all’inizio e alla fine della sua carriera. Tevis è uno di quei romanzieri che continuano la tradizione letteraria nordamericana, forgiata da Hemingway e Steinbeck, con romanzi fatti di descrizioni strutturate in una prosa diretta, dominata dal dialogo, aliena da approfondimenti psicologici. Da qui la relativa facilità con cui questi testi possono essere trasformati in sceneggiature.

Nel caso specifico, non ci si faccia confondere dalla presunta difficoltà di un film sul gioco degli scacchi. In realtà la storia è solida, sia nel suo arco narrativo – la classica trama ‘from rags to riches’ (noi diremmo ‘dalle stalle alle stelle’) in cui si passa dallo squallore di un orfanotrofio allo splendore dei Grand Hotel metropolitani, sia nella caratterizzazione della protagonista che è in fondo la proiezione gigantesca dei timori e delle crisi che tutti noi prima o poi proviamo, di fronte alla nostra incapacità di essere all’altezza delle nostre aspettative, o di quelle di chi ci sta attorno, o di fronte a una caduta o a un tradimento dei nostri propositi (fortunati quelli che non provano più questi sentimenti, ma non mi dicano di non esserci passati da adolescenti). Lo stesso si può dire della tentazione distruttiva dell’alcool e della droga.

La sfida per il duo americano-scozzese formato dal regista Scott Frank e dallo sceneggiatore Allan Scott (entrambi produttori del film) è stata quella di trovare un ritmo narrativo e una formula visiva adeguati al potenziale già certificato letterariamente dal romanzo di Tevis. Il risultato è un prodotto a metà strada tra la miniserie televisiva e il film da sala di proiezione. In questo The Queen’s Gambit si rivela essere più un “film lungo” che una serie a episodi. Scott e Frank hanno fatto benissimo nel rendersi conto che una storia come questa doveva essere sviluppata in un arco di sette ore, evitando i tagli imposti dal formato standard, e allo stesso tempo evitando i ritmi tipici della serie televisiva. A questo si è aggiunta un’attenzione alla scenografia, alla paletta dei colori e ai movimenti di macchina che danno a questa miniserie il sapore di una grande produzione cinematografica.

Complimenti quindi anche a Steven Meizler e Uli Hanish. Il primo ha dato continuità nella ripresa, mai statica, e ha saputo inserire un effetto speciale di grande difficoltà – la scacchiera in movimento immaginata da Beth sul soffitto – in un film basato su una narrazione prettamente naturalistica. Il fatto che avesse lavorato alla fotografia di film extra-spettacolari come Armageddon e War of the Worlds certo è stato d’aiuto. Uli Hanish ha invece saputo ricreare l’America degli anni Cinquanta e Sessanta, così come Parigi e Mosca, con una sicurezza nella selezione di forme, colori e costumi che hanno aggiunto “glamour” ad ogni scena.

Infine, gli occhi di Anya Taylor-Joy. La scelta di questa giovane attrice, al di là del grande talento professionale, non poteva essere più azzeccata. Il suo viso spigoloso, i grandi occhi, il fisico da bambina mai cresciuta, la rendono perfetta per ruoli in cui il personaggio è sempre sull’orlo di qualcosa, una crisi, la pazzia, l’estasi, o il suicidio. Non a caso Taylor-Joy era stata già più volte scritturata per film di fantasy-horror. L’intero film ruota attorno al suo sguardo inquietante e anche il gioco degli scacchi è visto e vissuto come una sua proiezione: mentale quando immagina le partite, e reale quando è l’espressione del suo viso a darci la misura dell’intensità di emozioni che questo gioco sa produrre. Il resto del cast è altrettanto encomiabile, ma certo Taylor-Joy è riuscita a dare forma compiuta a quella miscela esplosiva di fragilità e genio che è il suo personaggio.

Beth raggiunge il punto più alto della sua carriera di scacchista prodigio sfidando il campione russo, evocando così il famoso duello Fischer-Spasski del 1972 (questo lo ammise già Tevis per il romanzo). E qui, dopo tanti elogi, mi si consenta un appunto: la sequenza finale, ambientata nella Mosca della guerra fredda, con i russi che trattano Beth come una grande rockstar, è spettacolare ma, per chi conosce la Russia di quegli anni, un poco esagerata. Lo sapeva pure Tevis: e infatti anche nel romanzo, a partita conclusa, Beth si lascia andare a una passeggiata liberatoria lungo un viale innevato: ma nessuno la riconosce. E quando incontra un anziano che gioca da solo a scacchi, gli si ferma accanto e - qui il cerchio si chiude, ricordando il bidello che le insegnò a giocare nell’orfanotrofio - gli chiede umilmente di poter fare una partita insieme.

Video: il trailer in italiano

In copertina: una scena della serie
Materiale audiovisivo per gentile concessione di Netflix

 

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