JOE KAGE – Quando il design incontra la fantascienza

JOE KAGE – Quando il design incontra la fantascienza

Ci sono creativi che progettano immagini e altri che, attraverso quelle immagini, iniziano a costruire interi mondi. Giuseppe Cafaro, conosciuto come Joe Kage, appartiene decisamente alla seconda categoria. Character designer e graphic designer italiano, da anni lavora su personaggi, concept e universi visivi nei quali confluiscono la passione per la fantascienza, il cinema, i fumetti, la cultura americana e l'immaginazione.

Dai piccoli alieni di The Martmes ai giganteschi protagonisti di Urban Snakes, passando per il robot poliziotto Steel Cop, Christopher Magazine e il concept di realtà aumentata Glastech, il suo percorso racconta una continua ricerca di nuove forme narrative.

Lo abbiamo incontrato per parlare di creatività, fantascienza e di quei mondi che, prima ancora di arrivare sullo schermo o sulla carta, nascono nella mente di chi li immagina.

Joe Kage è uno pseudonimo. Da dove nasce e cosa rappresenta?

Joe Kage è una sorta di identità creativa. Giuseppe Cafaro è la persona, Joe Kage è invece il nome con cui identifico il lato più progettuale, visionario e legato alla creatività. Mi piace pensare che sia quasi un personaggio, una firma che accompagna i miei lavori e che mi permette di muovermi liberamente tra design, illustrazione e narrazione.

Quando ha capito che il character design e la costruzione di universi narrativi potevano essere la sua strada?

Probabilmente molto presto. Ho sempre avuto la necessità di inventare personaggi, situazioni e ambientazioni. Disegnare un personaggio, per me, non significa semplicemente stabilire come deve apparire: significa chiedersi chi è, dove vive, cosa fa, quali sono le sue caratteristiche e quale storia potrebbe avere. Da lì il passo verso la costruzione di un universo è abbastanza naturale.

Nei suoi lavori ritorna spesso la fantascienza. Che rapporto ha con questo genere? 

La fantascienza mi ha sempre affascinato perché permette di immaginare ciò che ancora non esiste. È un territorio nel quale tecnologia, società, spazio e immaginazione possono incontrarsi. Ma non mi interessa soltanto l'aspetto spettacolare: mi interessa soprattutto la possibilità di creare nuovi mondi e nuovi punti di vista. 

Tra le sue ideazioni c'è The Martmes. Come nasce?

The Martmes nasce dall'idea di utilizzare la fantasia come strumento per avvicinare i più giovani alla conoscenza dello spazio. I Martmes sono piccoli alieni dalle sembianze di orsetti rossi e vivono sotto la superficie marziana. Il progetto è nato diversi anni fa, tra il 2008 e il 2012, e nel tempo si è evoluto fino a diventare un progetto educativo internazionale sviluppato insieme a Gian Claudio Galatoli e Travel On Set Production.

L'idea di fondo è molto semplice: creare personaggi capaci di divertire e, allo stesso tempo, introdurre contenuti legati all'esplorazione spaziale.

Quindi il design dei personaggi può diventare anche uno strumento educativo?

Assolutamente. Un personaggio può essere una porta d'ingresso verso argomenti complessi. Riuscire a creare curiosità attraverso una storia o attraverso un'immagine, vuol dire aver già fatto un primo passo. Nel caso di The Martmes l'obiettivo è proprio quello di unire intrattenimento e divulgazione.

Nel 2026 ha iniziato a sviluppare Urban Snakes. È qualcosa di decisamente diverso. Ce ne può parlare? 

Sì, è un concept nato proprio quest'anno. Urban Snakes immagina enormi serpenti umanoidi dotati di superpoteri, ambientati a Los Angeles. Potrebbe svilupparsi sia come serie animata che come videogame. Mi interessa molto lavorare su creature che abbiano una forte riconoscibilità visiva e che possano vivere all'interno di un universo narrativo più ampio. 

Perché Los Angeles?

Los Angeles è una città che nell'immaginario collettivo ha già qualcosa di cinematografico. È una metropoli estremamente riconoscibile, ma allo stesso tempo offre moltissimi spunti per costruire una realtà alternativa. Inserire in quel contesto dei giganteschi esseri antropomorfi dotati di poteri crea immediatamente un contrasto interessante.

Un altro progetto al quale si è dedicato è Steel Cop. In cosa consiste?

Steel Cop è stato concepito prima del 2016. Il protagonista è un enorme robot poliziotto che opera in una città futuristica e distopica chiamata Tera City. In questa creazione confluiscono diverse mie passioni: la fantascienza, la cultura dei corpi di polizia americani, i robot e l'immaginario cinematografico.

La cultura americana sembra avere un ruolo ricorrente nei suoi lavori. Da cosa dipende questa scelta?

È vero, la cultura americana mi ha sempre affascinato. Sono appassionato di film, fumetti, fantascienza e di monti altri aspetti della vita americana. Quello della Polizia, ad esempio, è un immaginario molto forte, fatto di divise, automobili, architetture, simboli e tecnologia. In qualche modo tutti questi elementi entrano nel mio modo di progettare. 

Da un lato la fantascienza, dall'altro l'editoria. Nel 2016 è nato Christopher Magazine. Come si inserisce nel suo percorso?

Christopher Magazine è nato come periodico online dedicato agli italiani all'estero. Si è sviluppato da un'esigenza diversa rispetto ai miei universi fantascientifici ma che ha comunque a che fare con la comunicazione e con la costruzione di contenuti. Mi interessava creare uno spazio editoriale rivolto a una comunità specifica e raccontare esperienze, persone e realtà italiane oltre i confini nazionali.

E poi c'è Glastech, il concept di occhiali per la realtà aumentata. Cosa l’affascina della tecnologia indossabile?

Mi interessa il modo in cui la tecnologia può modificare il nostro rapporto con ciò che vediamo. Gli occhiali di realtà aumentata rappresentano, almeno concettualmente, un'interfaccia tra il mondo fisico e quello digitale. Con Glastech ho lavorato soprattutto sull'idea e sul design di un prodotto dalle linee futuristiche e accattivanti.

Sembra che in tutti questi progetti ci sia un filo conduttore: immaginare il futuro. Conferma?

Sicuramente. Il futuro è uno dei temi che mi permette di collegare creazioni molto diverse tra loro. Ma non necessariamente immagino sempre un futuro lontanissimo. A volte mi interessa prendere qualcosa che conosciamo già e trasformarlo, portarlo in una direzione diversa.

Quanto è importante, per lei, che un personaggio abbia una propria identità visiva?

È fondamentale. Un personaggio deve essere riconoscibile anche attraverso pochi elementi. Forma, silhouette, colori, proporzioni e dettagli devono contribuire a costruire un'identità. Ma, ancora una volta, l'aspetto visivo è soltanto l'inizio: dietro un buon personaggio dovrebbe esserci un mondo.

Qual è la parte più difficile quando trasforma un'idea in qualcosa di concreto?

Probabilmente mantenere l'equilibrio tra immaginazione e fattibilità. Avere un'idea è relativamente semplice; trasformarla in qualcosa che possa essere prodotto, distribuito e comunicato è molto più complesso. Bisogna confrontarsi con tempi, risorse, tecnologia, mercato e soprattutto con le persone che dovranno collaborare alla realizzazione.

Se potesse scegliere una delle sue realizzazioni e vederla domani trasformata in una produzione completa, cosa vorrebbe vedere? 

Naturalmente, mi piacerebbe vedere che ogni cosa che creo trovi la propria forma. The Martmes, Urban Snakes e Steel Cop sono universi molto diversi tra loro e, proprio per questo, sarebbe interessante scoprire come potrebbero evolvere attraverso animazione, videogame, editoria o altri media.

Che cosa significa oggi essere un creativo?

Credo significhi soprattutto continuare a fare domande e a cercare nuove possibilità. Il mondo cambia molto velocemente e anche gli strumenti creativi cambiano. Per questo non penso che si possa smettere di imparare. Un creativo deve osservare, sperimentare e soprattutto continuare a immaginare.

E il prossimo mondo che vorrebbe costruire? 

Non posso ancora raccontare tutto. Sicuramente sarà qualcosa che nasce dalla combinazione tra personaggi, tecnologia e narrazione. È questo il territorio nel quale mi sento più a mio agio: ideare qualcosa che non esiste ancora e provare a dargli una forma.

In copertina: Joe Cage
Immagini per gentile concessione di Giuseppe Cafaro
Tutti i diritti riservati

TARÌ - L’arte innovativa della pasticceria

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