FRANCO NERO - Intervista all'attore e regista parmense

FRANCO NERO - Intervista all'attore e regista parmense

Franco Nero, nome d’arte di Francesco Clemente Giuseppe Sparanero, è nato a San Prospero Parmense, frazione del Comune di Parma, il 23 novembre 1941. Per la sua prestanza fisica ed una bellezza maschile molto “americana”, fin dagli esordi Nero ha incarnato il ruolo dell’eroe, attirando l’attenzione di John Huston che, nel 1965, Gli affidò il ruolo di Abele nel kolossal “La Bibbia”. In seguito, ha interpretato oltre duecento film e serie televisive, lavorando al fianco dei migliori attori e registi a livello mondiale. In anni recenti si è cimentato anche nel ruolo di regista. Ha vinto, nella sua carriera, premi di grande prestigio tra i quali il David di Donatello, nel 1968, per il suo ruolo ne “Il giorno della civetta”; il Golden Globe, nel 1968, per “Camelot” ed il Globo d’oro, nel 2006, per “Forever blues”. Nero è sposato con l’attrice Vanessa Redgrave.

Pur essendo originario di Parma il suo lavoro l’ha presto portata lontano dalla sua città e dall’Italia. Quanto ha contato, per lei, e quanto conta ancora oggi, essere nato e cresciuto in quei luoghi?

Conta molto, perché a Parma ho trascorso un’infanzia stupenda: la migliore; quella che si vive solo nei piccoli centri e non nelle grandi città. Vivevo a Bedonia, in provincia, ed ho avuto il privilegio di imparare tante cose, di essere a stretto contatto con la natura; a differenza dei giovani di oggi, che sono costantemente incollati ai loro smartphone. Lì ho imparato a pescare, a tirare con l’arco, a mungere le mucche e – una volta cresciuto – ho avuto l’occasione di lavorare nel teatro dell’opera più importante al mondo: il Teatro Regio. A Parma, infatti, si possono trovare i più grandi intenditori di opera ed i migliori cantanti lirici: se hanno successo lì, dove c’è un pubblico attento e preparatissimo, allora possono averlo ovunque nel mondo!

Da studente – avrò avuto 16, 17 anni – per guadagnare qualcosa iniziai a lavorare come comparsa e, al Regio, ebbi l’opportunità di conoscere i più grandi interpreti di opera lirica: Maria Callas, Giuseppe Di Stefano, Anna Moffo, per citarne alcuni. Proprio a proposito della Moffo, mi torna in mente un episodio accaduto con suo marito, il regista parmigiano Mario Lanfranchi: una sera erano in scena “I Puritani” di Vincenzo Bellini; mancava, però, uno dei coristi e Lanfranchi si rivolse a me, dicendomi: “vai sul palco e fai finta di cantare!”. Per me, naturalmente, fu un’opportunità di guadagnare qualcosa in più: la mia famiglia non era ricca ed io, ogni pomeriggio dopo la scuola, mi arrangiavo facendo di tutto, dall’aiuto pasticcere al gelataio, dal panettiere al macellaio. Quello, fu un periodo di grande formazione personale.

Cosa le piace di più, di Parma? Ci torna spesso?

Qualche volta torno a trovare mia sorella ed il resto della famiglia che ancora vive lì, ed è sempre un grande piacere. Quando sono lì, prendo la bicicletta e mi perdo nella sua atmosfera incredibile. Come si fa a non amare un luogo come Parma, con tutto quello che ha da offrire? Innanzitutto, come dicevo, è la città numero uno al mondo per l’opera lirica, e lo dimostra la “Corale Verdi”, un’associazione che per tanti anni ha raccolto fondi direttamente dai cittadini, permettendo così a tanti giovani cantanti lirici di esibirsi gratuitamente. A proposito di Verdi, nel 2003 tornai al Teatro Regio proprio per impersonarlo, in occasione dello spettacolo “Buon compleanno, Maestro Verdi”: rimasi sul palco per oltre quattro ore, mentre nei panni del Maestro vidi ripercorrere tutta la sua opera, interpretata dai più grandi cantanti al mondo: fu un’esperienza bellissima. Parma, quindi, è la città della lirica, ma non solo. La sua cucina ed i suoi prodotti gastronomici sono famosi in tutto il mondo: dal parmigiano, al prosciutto crudo, alla pasta Barilla. Qui si trovano, inoltre, il giornale più antico d’Europa – La Gazzetta di Parma – ed uno dei profumi più conosciuti al mondo: l’antica violetta di Parma, oggi ribattezzata “Acqua di Parma”. Credo di aver anche letto, da qualche parte, che è stata votata la città più elegante d’Italia, quella dove la gente si veste meglio. Insomma, visitare Parma vuol dire, ancora oggi, immergersi in una piccola Parigi, dove l’eredità di Maria Luigia si può ritrovare perfino nella erre alla francese tipica della cadenza dialettale parmigiana. E parlando di dialetto, un’abitudine dei parmigiani che trovo molto simpatica è quella di parlare il dialetto e l’italiano allo stesso tempo, offrendo all’ascoltatore una continua traduzione simultanea. È davvero divertente!

La sua bellissima carriera cinematografica, iniziata negli anni Sessanta, le ha permesso di lavorare con alcuni dei più grandi protagonisti del cinema internazionale. Qual è l’esperienza che ricorda con maggiore affetto?

Non è affatto facile rispondere, se si considera che fino ad oggi ho realizzato oltre 215 film! Ho avuto la fortuna di lavorare con i più grandi registi al mondo ma, forse, uno dei personaggi che ricordo con maggiore affetto è Luis Buñuel, ai tempi di quando girammo Tristana, insieme a Catherine Deneuve e Fernando Rey. Appena mi incontrò, volle sapere il mio nome. Quando gli dissi come mi chiamavo, lui mi rispose – da grande dissidente franchista – che da quel momento in poi, per lui, sarei stato semplicemente “Nero”.

Mi viene in mente un episodio divertente, che si verificò durante le riprese a Toledo: un giorno, ad un certo punto Buñuel divenne molto nervoso, perché non riusciva a trovare la sua valigetta; pensando che avesse smarrito qualche documento importante, l’intera troupe si mise alla ricerca di questa valigetta, che dopo un po’ venne ritrovata. A quel punto Buñuel si appartò, convinto di non essere visto; tirò fuori dalla borsa un panino al prosciutto ed una bottiglietta di Coca Cola contenente, in realtà, del vino e si mise a mangiare e bere con gusto. Allora mi avvicinai e lo colsi di sorpresa. La sua reazione fu quella di un bambino colto in flagrante durante una marachella. Mi pregò di non dire niente a nessuno ma, ripensando alla sua espressione, ancora oggi sorrido.

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E l’esperienza che, invece, le ha dato di più a livello professionale?

Ogni esperienza, per ragioni diverse, mi ha dato qualcosa. Non si può chiedere ad una madre quale dei suoi figli preferisca: tutti i miei lavori, per me, sono come dei figli. Ogni volta che ho accettato una parte, ho sempre dato del mio meglio. Alcune esperienze sono state migliori di altre, ma da ognuna ho imparato qualcosa.

Ha interpretato i ruoli più disparati: dal kolossal “La Bibbia” di John Huston, nel 1965, ai gialli politici italiani. Da western come “Django”, nella doppia esperienza con Corbucci e Tarantino, a commedie quali “Letters to Juliet”, nel 2010, a fianco di sua moglie Vanessa Redgrave. C’è un genere nel quale ama di più cimentarsi?

A questo proposito vorrei fare una premessa. Per un po’ di tempo ho avuto la fortuna di vivere a Londra e lì, tra i tanti personaggi conosciuti, incontrai anche Laurence Olivier, che mi diede dei consigli preziosi. Mi rivelò che gli ricordavo lui da giovane e che con la mia faccia ed il mio fisico sembravo nato per interpretare la parte dell’eroe. Secondo lui mi si prospettavano due possibilità: potevo fare un film all’anno, interpretando sempre lo stesso ruolo – quello dell’eroe, appunto – oppure scegliere di cambiare ruolo in continuazione, mettendomi costantemente alla prova ma, soprattutto, divertendomi ad interpretare i personaggi più disparati, senza alcuna preferenza. “Andrai incontro ad alti e bassi – mi disse – ma, a lungo andare, questa varietà darà i suoi frutti”. E non sbagliava!

Gli ho dato retta e, per questo, oggi posso dire di avere acquisito un bagaglio di esperienze davvero incredibile. Ad esempio, sono forse l’unico attore al mondo ad aver interpretato personaggi di oltre trenta nazionalità: dal ceco, al russo, al polacco e tantissime altre. È davvero una grande soddisfazione.

È anche stato protagonista, a partire dagli anni Settanta, di diverse produzioni televisive. Trova ci siano delle differenze nell’interpretare un ruolo per la televisione, piuttosto che per il cinema?

Sì, tantissime: cinema e televisione sono come il giorno e la notte. Il cinema è pura magia. Un film rimane per sempre, non muore mai. Ancora oggi vengono riproposti film che avevo girato quarant’anni fa. La televisione, invece, è un attimo fugace. Per questo ho sempre cercato di privilegiare ruoli importanti, come ad esempio quello di Garibaldi, oppure serie epiche come “I Promessi Sposi” o “La Bibbia”.

Cosa ci può dire, invece, della sua più recente esperienza come regista?

Amo moltissimo la regia, fin da ragazzo, ma a causa del mio aspetto fisico sono sempre stato spinto a fare l’attore. Mi sono, però, cimentato nella regia molto spesso, non solo nelle produzioni da me firmate ma anche aiutando, in diverse occasioni, registi con cui mi trovavo a lavorare o semplicemente a confrontarmi.

Nel 1992 ha interpretato, a Praga, il film “Prova di Memoria”, diretto da Marcello Aliprandi. Che ricordo ha della città?

A Praga, in realtà, ho girato diversi film. Nel 2003, ad esempio, ho interpretato “Post Coitum”, per la regia di Juraj Jakubisko e sempre con lui, nel 2008, ho avuto un cameo in “Bathory”, la storia di una contessa ungherese dotata di grandi poteri ed accusata di stregoneria.

Ho delle bellissime memorie di Praga: ricordo musica ovunque! Durante le riprese di “Prove di Memoria”, infatti, alloggiavo vicino a Ponte Carlo e spesso mi divertivo a percorrerlo più volte, avanti e indietro, affascinato dalle orchestrine jazz che sul ponte sembrano essere onnipresenti. Mi ricordo che chiamavo in Italia, facendo ascoltare la musica ai miei amici dal cellulare. Adoro il jazz e spesso, alla sera, ci si ritrovava in compagnia di Lino Patruno (che era uno dei produttori del film) e di altri colleghi del cast a fare musica e ad improvvisare canzoni nei locali jazz della città.

Progetti in cantiere?

Sto lavorando alla regia di due film, che usciranno il prossimo anno. Inoltre, ho appena finito di interpretare una pellicola canadese dal titolo “The Neighbourhood” ed un’altra, inglese, dal titolo “A rose in winter”, basata sulla storia vera di Edith Stein, morta ad Auschwitz e proclamata santa da Papa Wojtyla, col nome di Santa Teresa Benedetta della Croce, patrona d’Europa. Infine, tra poche settimane mi trasferirò in Cornovaglia per le riprese del film “Delicious”.

(Intervista pubblicata sul Volume 7 di CIAOPRAGA)

 

GIORGIO PASOTTI - Attore e regista

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CORREGGIO E PARMIGIANINO - Da Parma a Praga

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