LA MEMORIA DEL SALE - Ricordi d'Istria

LA MEMORIA DEL SALE - Ricordi d'Istria

Mio padre mi ha insegnato ad essere paziente. Lui ha sempre racchiuso in sé la quintessenza del pescatore: riflessivo, taciturno, ottimo bevitore di vino, capello lungo e sigaretta perennemente accesa quasi a volersi rassicurare di essere sempre in grado di misurare il suo mondo in quei pochi centimetri di tabacco.

Se riuscivi a tollerare il fumo pestilenziale che emanava da quelle Super allora eri degno della sua attenzione. La sua pelle ha avuto per oltre 40 anni un odore acre e pungente. Non ho mai capito come mia madre riuscisse a tollerarlo; era l’odore di quelle sigarette, accese già alle 7 del mattino, inconfondibile buongiorno; era l’odore e il colore del fumo di casa mia, marchio di fabbrica condominiale. Quando mia mamma, dopo inutili insistenze, riuscì a convincerlo ad andare dal medico, due pacchetti di Super al giorno per 45 anni, perse. Polmoni perfetti, intatti come quelli di un neonato. I muri di casa un po’ meno.

‘Aspetta. Non avere fretta. Tra un po’ escono di nuovo’

Attendo. La mia immagine si riflette nella piccola pozza di marea che stiamo esplorando assieme, e a me sembra di aver scoperto un nuovo mondo, piccola come sono. Tutto è immobile, fermo, persino l’acqua sembra valutare la nostra umana pericolosità. Ogni pozza, una diversità. Ogni centimetro d’acqua era nuovo ed esplorabile; ogni piccolissimo buco nascondeva una sorpresa.

Siamo io e il mio papà, e un minuto prima decine di granchietti sono fuggiti impauriti alla vista di questi due giganti che si stavano avvicinando.

Aspetto ancora e finalmente il primo, intrepido comincia a riemergere da sotto il sasso in cui si era nascosto per la paura che allora ancora mi era sconosciuta. Certo, io non rischierò mai di diventare parte di una zuppa da intenditori e prima o poi morirò, ma ho tre/quattro anni e la morte di un animale non fa ancora parte delle mie considerazioni metafisiche perché il mio mondo si ferma in quell’attimo in cui il sale mi profuma la pelle d’estate e in cui la fragranza dell’olio abbronzante di mia madre mi inebria e io so già che la porterò dentro per sempre.

‘Con le creature del mare ci vuole pazienza’

e in un attimo è un rinnovato brulicare di vita. Ricomincia la danza. Un paio di granchietti punzecchiano i resti di una seppia, altri si muovono a ridosso della pozza per tuffarsi dentro all’acqua della buca vicina. Pescetti minuscoli, sinuosamente si spostano e io getto il mio piccolo amo speranzosa.

‘Ecco. Adesso bisogna aspettare.’

‘Di nuovo papà?’

‘Sì, bisogna far finta di niente, sposta la testa altrimenti la tua ombra li spaventa, ecco..’

‘ e cosa faccio mentre aspetto?’

‘pensa’

‘a cosa?’

‘a qualsiasi cosa’

Elementare.

In realtà il mio amo non andava mai bene per quei pesciolini ma credo che appunto lo scopo non fosse farmi pescare veramente, ma insegnarmi che per prendere quella creaturina avrei dovuto avere molta pazienza.

Mi siedo e li osservo girare attorno all’amo, spiluccare l’esca, tirare la lenza. Impossibile, non li prenderò mai.

Sono seduta su una pietra bianca e liscia, mettiamoci qui che siamo tranquilli che non arriva la marea –pietra bianca, niente mare; pietra scura, mare. Chiunque sia cresciuto in questi posti lo sa.

L’Istria, dove la sabbia è rara, possiede intatti i primi ricordi della mia infanzia. Mia madre, per non farmi allontanare, mi toglieva i sandaletti certa del fatto che mai avrei osato sfidare il suo imporsi ma, soprattutto, gli scogli aguzzi modellati dalle onde dell’ alto Adriatico.

E io correvo via da lei, spavalda, mossa dalla ricerca della libertà che non mi avrebbe mai abbandonata. Allora la felicità era sfuggirle e arrivare dove le sue zeppe di legno e sughero le avrebbero contorto le caviglie. Adesso tento di avvicinarmi ma non la comprendo. Un buco nero al centro del mio universo in espansione che genera una gravità paradossale come solo quella che si ritrova tra madre e figlia. Attrazione e repulsione.

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Quando ero bambina la felicità era scrutare nelle pozze per catturare i pescetti con la lenza predisposta con abilità sartoriale da mio padre, preparare le trappole per i granchietti che poi finivano la loro esistenza in un secchiello di plastica gialla e mio padre che mi insegnava a pescare. Fuggivo dall’agitazione di mia madre per rifugiarmi nella tranquilla voce di mio padre che non ha mai urlato. In fondo lui avrebbe voluto un maschio ma poi si è innamorato della femmina che ero.

E com’ero orgogliosa quando tornava dalle sue battute di pesca.

‘il mio papà è il più bravo di tutti’ urlavo quando da lontano vedevo che il secchio era pieno di ombre di pesci. Piccola, insolente, competitiva che bramava l’abbraccio di un padre troppo timido e impaurito per manifestare il suo affetto quasi come se regalarmi quell’abbraccio avrebbe significato lasciarmi andare, perdermi. Quante braccia ho cercato per soddisfare questo bisogno, per ricercare la stessa felicità che non possedevo completamente, non ricordo.

‘ Chiudi gli occhi. Assaggia. Aspetta non avere sempre fretta. Senti? Questa è un’orata. Senti come la carne fresca si attacca ai denti? Stamattina nuotava’

‘In mare? E aveva dei bambini?

‘Non ha importanza. Adesso la mangiamo noi’

‘e lei cosa mangia?’

‘ i dondoli? Vedi i denti piatti? Le servono per spaccare le conchiglie’

Trofei di caccia di cui essere orgogliosa, specie se gli altri papà tornavano a mani vuote.

La precisione certosina con cui preparava le lenze per el parangal in cui una volta è rimasto intrappolato un piccolo cagneto, un palombo. Gesti antichi di cui si sentiva il depositario e che avrebbe voluto trasmettermi se avessi avuto quella manualità che gli ho sempre invidiato. Invece ho preso la goffa grazia di mia madre e non so nemmeno disegnare l’abbozzo di una nuvola. Ma ricordo le mie dita sfiorare la pelle ruvida di quel piccolo squaletto e di aver pensato come fosse in sintonia perfetta con il calcare e le persone che vivevano in quei luoghi e che fosse più che naturale visto che è stato il mare a creare la vita, doveva averlo fatto seguendo un’unica regola no?

Io avevo la fortuna di rivivere ogni sera quei movimenti nati chissà dove e chissà quando e che lui aveva appreso chissà da chi. E mi ritrovo a pensare a chi sia stato il primo essere umano a mettere l’amo a una lenza. Ma la delusione di non ricevere queste risposte a quattro anni mi fa soffrire. Voglio sapere tutto e lui non me lo sa dire. Perde in un attimo l’alone divino che gli avevo attribuito e diventa ai miei occhi un essere umano che non sa le cose che io bramo conoscere.

E il distacco momentaneo della notte di pesca che mia mamma viveva come una sosta eterna, di cui rispettava il rituale. Penelope che sa che Ulisse tornerà prima o poi; possibilmente col pranzo.

Thermos con due litri di caffè nero, nerissimo, acqua, asciugamani ormai incrostati dal sale e dal limo delle esche, secchio e vecchi stracci. All’inizio mi ero permessa di offendermi perché usava i miei zaini di scuola dismessi come deposito temporaneo per i vermi da esca.

‘ma i vermi vivi devono per forza stare in frigo?’

‘no. Se vuoi li teniamo a letto con noi e domani mattina gli prepari la colazione’. Quel sarcasmo schietto di cui è sempre stato maestro. Che se non lo capisci immediatamente pensi sia frutto di stupidità più che di arguzia. Poi cresci e ti ricordi del momento in cui un granchio vivo è saltato fuori dal frigo per tentare l’ultima disperata fuga. Lo presi e senza che nessuno se ne accorgesse lo misi nel mio secchiello. Il tragitto batticuore dalla roulotte al mare ancora lo ricordo.

E quando la mattina mi alzavo e papà non c’era sapevo che non mi aveva abbandonato.

Il risveglio aveva il profumo della terra ferrosa e metallica bagnata dall’umidità della notte e dell’erba. Le scie delle formiche che ripulivano il tavolo dai resti della colazione di pane tostato e nutella. Il profumo del caffè che ancora non potevo bere aveva un profumo proibito, ora necessario.

‘papà è tornato e ha pescato’. L’ansia e la trepidazione di vedere che cosa contenesse il secchio, Santo Graal dei nostri pranzi.

‘adesso andiamo a pulirli in mare così conservano il sapore intatto’.

Chi è cresciuto in questi luoghi, lo sa bene che sensazione lasciano sulla pelle. I filari delle vigne, il contrasto tra le piante verdi e la terra rossa ti ammaliano. Le pietre calcaree sul mare blu cristallo che ritrovi nelle casite in mezzo all’ispida campagna dove ogni filo d’erba ti graffia. Paesaggi lunari che non lasciano scampo ai piedi scalzi, ancora meno in acqua dove ovunque si nascondono i ricci di mare.

‘mettiti i guanti, tuffati e prendi solo quelli viola che son buoni per la pasta’

La mia anima è nella terra rossa dell'Istria, nel profumo della lavanda e del rosmarino che crescono selvaggi, nel vino e nel mare blu, nella pietra bianca e nei gatti acciambellati, nei campanili e nel suo vento salino che custodisce i ricordi legati alla mia infanzia quando era puro giocare con la terra e colorarsi la pelle.

Le spiagge rocciose dell’Adriatico dalmata lasciano dentro irrequietezza e tranquillità. Un senso di urgenza che spinge a perdersi nei silenzi degli ulivi facendo attenzione a non inciampare nelle loro radici mentre si è alla ricerca delle proprie.

Lei si distende al sole e lui la guarda mentre brilla dei cristalli di sale che la ricoprono. Ora, finalmente ha capito il senso dell’attesa di Penelope. 

 

RICORDANDO IL MYANMAR - Un viaggio sospeso tra fantasia e realtà

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ALFONSO ALMENDROS – La fotografia tra concetto di tempo e reinterpretazione del paesaggio

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