LUCIANO REGOLO - Alla scoperta delle regine di Casa Savoia

LUCIANO REGOLO - Alla scoperta delle regine di Casa Savoia

In un soleggiato weekend di maggio, Torino mi è apparsa nella sua veste più bella: gioiosa, raffinata e regale. Tra piazze monumentali, giardini e scorci eleganti, l’aria era rallegrata dalle note improvvisate di musicanti o cantanti lirici. Turisti curiosi, giovani, studenti in gita scolastica avevano l’aria felice di chi si stava godendo ogni attimo in questa prima capitale d’Italia.

Non ho avuto modo di esplorare la città come avrei voluto, ma quel poco che sono riuscita a cogliere – fosse anche soltanto visitare una mostra, girovagare nell’ambiente multietnico del mercato di Porta Palazzo e nell’adiacente area coperta traboccante di golosità, passeggiare per le vie del centro o perdermi in un mercato domenicale delle pulci – mi ha dato l’idea di un luogo pieno di vita, promotore di cultura e di interessanti iniziative.

Una di queste è stata l’evento Maria Cristina di Savoia e le regine d’Italia, programmato per il Salone Off a Villa della Regina in occasione del Salone del Libro di Torino e con la partecipazione dei giornalisti e scrittori Luciano Regolo e Mario Cinelli. In questa occasione, nella cornice di una delle splendide sale affrescate della villa, sono stati ricostruiti i profili e le traiettorie delle figure femminili della dinastia sabauda tra dimensione privata e quadro storico.

Regolo ha infatti scritto diversi libri sulle regine di Casa Savoia, inclusi quelli dedicati a Maria Cristina, Margherita, Elena e Maria José. Il suo racconto mi ha molto incuriosito, soprattutto per la meticolosa attenzione rivolta a donne che non erano semplici “appendici” dei loro influenti mariti.

Ripercorriamo, quindi, le origini di questa grande passione, alimentata da un’approfondita attività di ricerca.

Luciano Regolo, come e quando ha sviluppato questo interesse per le figure femminili di Casa Savoia?

Il mio interesse è cominciato prima della mia attività di giornalista e di scrittore, già all’università, quando ero uno dei pochissimi allievi di Storia della questione femminile alla LUISS di Roma. Ritengo che le donne abbiano giocato un ruolo da protagoniste nella storia e, di questo, occorre essere consapevoli anche per cambiare le modalità educative, che dovrebbero portare a una più piena parità di genere. In questa stessa ottica, ho voluto approfondire le figure femminili di Casa Savoia, specialmente dopo aver conosciuto e intervistato a lungo l’ultima regina d'Italia, Maria José, la quale mi fece consultare i suoi archivi privati quando avevo appena 27 anni. Era una donna interessante, ironica e attenta alla ricerca storica.

Maria Cristina di Savoia, sorella di Carlo Emanuele e moglie di Ferdinando II di Borbone, fu una donna molto devota con un grande senso della carità cristiana. Morì a soli 23 anni. Cosa l’ha colpita di questa figura?

È opportuno ricordare che il fratello di Maria Cristina, Carlo Emanuele di Savoia, unico figlio maschio di Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’Asburgo-Este, non ebbe mai modo di succedere al trono, poiché morì di vaiolo nel 1799, all’età di soli tre anni. Se fosse sopravvissuto, sarebbe stato l’erede diretto del ramo principale della dinastia sabauda. Maria Cristina non lo conobbe mai: nacque infatti a Cagliari il 14 novembre 1812, ben tredici anni dopo la sua morte. La sua nascita rappresentò l’ultimo figlio della coppia reale, ormai in età avanzata per gli standard dell’epoca, ma non poté risolvere il problema della successione dinastica. In assenza di eredi maschi e in virtù della legge salica allora vigente, i diritti successori passarono infatti al ramo cadetto dei Savoia-Carignano, dal quale sarebbe poi emerso Carlo Alberto. Maria Cristina sposò Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie, il 21 novembre 1832. Fu sua prima moglie e regina consorte fino alla morte, avvenuta a Napoli il 31 gennaio 1836, pochi giorni dopo aver dato alla luce il futuro Francesco II, ultimo sovrano del Regno delle Due Sicilie.

Di lei mi hanno colpito diverse cose: innanzitutto, da un punto di vista biografico, le attitudini un po’ controcorrente per la sua epoca. Si interessava ad esempio alla gemmologia e dimostrò discrete doti come manager oltre che una certa propensione per gli studi scientifici e la matematica, all’epoca discipline quasi esclusivamente maschili. Colpisce anche l’intensità particolare del suo rapporto con Dio, con la fede. A differenza di molti cattolici del suo tempo, non badava alle esteriorità e non era una bigotta ma cercò di vivere appieno il Vangelo. Tant’è vero che, nel triennio in cui fu regina di Napoli, realizzò un’opera sia sociale sia umanitaria di grande rilevanza, riattivando le seterie di San Leucio e dando lavoro agli ultimi o, come avrebbe detto Papa Francesco, agli “scartati”: dalle donne di strada ai detenuti, i quali venivano inseriti in un progetto sia lavorativo, sia riabilitativo e di riscatto. La carità, per lei, non era solo offrire un obolo ma ridare una prospettiva di vita, una speranza concreta.

È molto interessante anche l’influenza positiva che esercitò sulla famiglia Borbone-Due Sicilie, riportando la pace tra il marito e sua madre, Maria Isabella, che non si parlavano più, e tra il marito e il fratello Carlo, divisi da un’accesa rivalità. Portò anche il coniuge a maturare le scelte politiche attraverso il discernimento e la preghiera, recitando il Rosario prima d’ogni Consiglio di Stato e meditando durante l’adorazione eucaristica. Ferdinando II stesso dichiarerà al processo di beatificazione: “Maria Cristina mi ha insegnato a vivere e a morire”.

Margherita, invece, prima regina consorte d'Italia, fu una donna colta e una grande stratega della comunicazione monarchica. In che modo contribuì a rafforzare il prestigio di Casa Savoia?

Margherita fu risolutiva nella strategia che portò la Corona a essere amata anche in quei luoghi d’Italia che non erano assolutamente affezionati ai Savoia, né particolarmente coinvolti nella questione dell’unità nazionale. Come disse Cavour: “fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani”. E lei diede un notevole contributo in questo.

Poco dopo le nozze, celebrate nel 1868, Margherita e il marito, Umberto I – essendo ancora regnante Vittorio Emanuele II, rimasto vedovo – furono mandati in una sorta di “tour” in tutta Italia per favorire la familiarizzazione del popolo coi Savoia. Margherita studiava con attenzione usi, costumi e storie delle varie località e indossava gli abiti tradizionali delle donne del popolo, per essere percepita come una di loro. Quando, nel 1869, si trasferì a Napoli per la nascita dell’erede al trono, l’unico figlio che ebbe, ovvero il futuro Vittorio Emanuele III, prese addirittura lezioni di mandolino, come documentano le sue “note spesa” custodite all’Archivio di Stato di Milano.

Dal 1871, arrivata a Roma, affrontò la diffidenza della nobiltà papalina nei confronti dei Savoia e, anche grazie alle feste in maschera e ai balli al Quirinale, “ruppe il ghiaccio”, ricorrendo alle tradizioni più amate dai romani. Fu poi attentissima alla moda. Le prime riviste di moda portavano tutte i figurini con le sue sembianze fisiche e la prima in assoluto, nata a Torino, s’intitolò Margherita in suo onore. Inoltre, percepì che la monarchia, per essere più solida, doveva avvicinarsi anche all’alta borghesia. Per questo entrarono a corte personalità come i Florio.

È curioso notare come, nella sua formazione, abbiano avuto una notevole influenza tre donne: la madre Elisabetta di Baviera, vedova di Ferdinando (duca di Genova e fratello di Vittorio Emanuele II); l’istruttrice Mademoiselle Arbesser, d’origine austro-tedesca; e la pedagogista Irene Morozzo della Rocca, autrice di numerosi volumi per l’infanzia.

Fu proprio quest’ultima a scriverle, poco prima delle nozze, una lettera che può essere considerata il vero e proprio “manifesto” a cui Margherita si ispirò come regina d’Italia. In quelle pagine le suggeriva di diventare “la Garibaldi della monarchia”, impegnandosi a conquistare l’affetto e la simpatia del popolo verso i Savoia e l’istituzione monarchica. Tra i consigli più concreti vi era quello di rivolgersi, durante i ricevimenti pubblici, non alle persone già conosciute ma agli sconosciuti, poiché sarebbero stati proprio questi ultimi a diffondere un passaparola favorevole all’immagine della dinastia sabauda.

Ripercorrendo la vita di Margherita, sembra davvero che sia rimasta fedele a quel “manifesto”, al punto da sacrificare persino gli affetti alla sua missione: essere la vestale di Casa Savoia.

La Regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III e figlia di Nicola I del Montenegro, è ricordata come una figura caritatevole e materna, tanto da essere soprannominata “mamma d’Italia”. In che modo è riuscita a farsi amare dagli italiani?

Rimanendo essenzialmente se stessa, ovvero portando con sé, dalla sua terra d’origine, alcune tradizioni del suo popolo. Per esempio, fece molta impressione, durante il primo conflitto mondiale, il fatto che mise a disposizione la Sala da Ballo del Quirinale per allestirvi l’Ospedale Militare n. 1 in cui furono accolti tutti i feriti, impegnandosi in prima persona nell’assistere i ricoverati, in continuità con una radicata tradizione del suo Paese d’origine. Durante le guerre contro i turchi, infatti, aveva visto fare lo stesso alla madre e alla nonna: davanti alla piccola reggia di Cetinje, durante i conflitti, veniva eretto un tendone per accogliervi i soldati feriti.

Un discorso analogo va fatto per la tenerezza che mostrò anche in pubblico verso i figli, ai quali scattava fotografie affettuose e dedicava piccoli filmati domestici. Basti pensare che molte delle pubblicità d’inizio ‘900 per i prodotti di largo consumo, s’ispirarono alla sua famiglia e anche all’abbigliamento scelto da Elena per i principini: la divisa “alla marinaretta”.

Gli italiani la amarono anche per la sua mobilitazione durante le grandi calamità, come il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: non solo si precipitò a dedicarsi personalmente al soccorso dei terremotati, salvando anche alcuni bambini dalle macerie, ma contribuì al sostegno delle famiglie rimaste senza casa. I segreti del suo successo furono la generosità, l’amore, la spontaneità. Era anche una poetessa: da ragazza aveva pubblicato poesie per la rivista russa Nedelja e si può dire che visse un po’ di poesia in tutta la sua vita. Nel 1944, da Ravello, scrisse alla sorella Milica: “Vedo così tanta devastazione e dolore attorno a me che l’unica cosa che desideriamo per il nostro popolo è la pace, non importa se sotto la monarchia o la repubblica”.

Infine, abbiamo la figura eccentrica e ribelle di Maria José del Belgio, moglie di re Umberto II e ultima regina d’Italia prima della proclamazione della Repubblica. Vissuta durante il regime fascista, contro il quale svolse un’intensa attività di opposizione, regnò soltanto 33 giorni e trascorse circa sessant’anni in esilio tra l’Europa e l’America Centrale, ma lasciò un’impronta indelebile. Ci può raccontare un aneddoto di questa regina, che lei ha anche avuto modo di incontrare?

Di Maria José ho avuto una conoscenza diretta e conservo tanti bei ricordi. Era una donna colta, ironica, non ribelle per il gusto di esserlo ma, forse, solo un po’ avanti rispetto all’Italia del suo tempo. Infatti, quando comprese gli effetti devastanti della morsa della dittatura, senza esitazioni, si espose personalmente e sostenne un antifascismo attivo, documentato anche dagli archivi del Foreign Office, non solo dalle sue carte o da quelle di personaggi che le erano vicini, come Umberto Zanotti Bianco, il professor Carlo Antoni, Benedetto Croce e altre personalità di primissimo piano dell’epoca.

Era una donna forte, “indomita”, come ho voluto ricordare anche nel titolo dell’ultimo libro che le ho dedicato. Aveva, infatti, la forza di reagire anche agli eventi negativi senza mai perdere l’amore e la curiosità per la vita. Dopo l’esilio si dedicò alla ricerca storica scrivendo tre libri dedicati ai primi sovrani sabaudi, due dei quali furono introdotti da personalità del calibro di Benedetto Croce e Daniel-Rops: il primo fu su Amedeo VI e Amedeo VII, il secondo su Amedeo VIII e il terzo su Emanuele Filiberto.

Fondò anche un premio internazionale di composizione musicale e viaggiò moltissimo insieme alla madre, Elisabetta del Belgio, visitando la Cina e la Russia in piena Guerra Fredda e ricevendo, per questo, anche molti insulti dai monarchici italiani. La sua ironia era tagliente e divertente. Quando, nel 1988, per una dispensa del Consiglio di Stato, ritornò per la prima volta in Italia, un giornalista a Torino le chiese se lei credesse ancora nella monarchia. Maria José rispose: “Ma io sono una regina, non una monarchica”.

Quale di queste figure l’ha colpita maggiormente sul piano umano e storico?

Tutte hanno un loro fascino e, a mio avviso, meritano d’essere conosciute. Forse, spiritualmente, mi coinvolgono di più Maria Cristina ed Elena perché, anziché usare il loro ruolo per potere o prestigio personale, lo misero al servizio di Dio.

C’è qualche personaggio femminile della storia che vorrebbe approfondire in una futura pubblicazione?

Ce ne sono tanti. E a qualcuno sto già lavorando, ma è meglio non anticipare nulla!

In copertina: Luciano Regolo
immagini per gentile concessione dell’autore

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